La maxi truffa dei falsi incidenti: in 145 finiscono davanti al giudice
A 15 persone contestata l’associazione per delinquere: nei guai anche avvocati, medici e finti legali I tamponamenti inscenati sull’asse attrezzato, a Chieti, Lanciano, Pescara, Montesilvano e Spoltore
CHIETI. Organizzavano finti incidenti stradali sull’asse attrezzato, a Chieti, Lanciano, Rocca San Giovanni, Pescara, Montesilvano, Spoltore e Città Sant’Angelo. Poi, si facevano refertare al pronto soccorso dell’ospedale Santissima Annunziata e, con l’appoggio di due carrozzieri compiacenti in grado di gonfiare le fatture, truffavano le assicurazioni. Adesso la procura ha chiesto il processo per 145 persone accusate, a vario titolo, di associazione per delinquere, truffa, ricettazione, fraudolento danneggiamento dei beni assicurati ed esercizio abusivo di una professione. Il 15 dicembre gli imputati compariranno, per l’udienza preliminare, davanti al giudice Elio Bongrazio. A firmare la richiesta di rinvio a giudizio, nell’inchiesta condotta dalla polizia postale, è stato il pm pescarese Andrea Di Giovanni. Le 11 assicurazioni indicate come parti offese potranno costituirsi parte civile e chiedere i danni.
IL MECCANISMO In 15, secondo l’accusa, hanno dato vita a un’associazione per delinquere, «operante da lungo tempo (almeno dall’agosto 2012), che si avvaleva di un’apposita struttura e organizzazione». In una prima fase, i «promotori e capi» Gianfranco Rossi e Daniele Nano, insieme a Roberta Buffalmano («promotrice»), Antonio Errico, Mosè Di Francesco e Andrea Marchigiano («partecipi»), «reclutavano i soggetti necessari per la realizzazione del falso incidente stradale: proprietari dei veicoli, contraenti assicurazione, possibili trasportati, talvolta appartenenti al medesimo nucleo familiare». In una seconda fase del raggiro, ricostruisce sempre la procura, gli imputati «istruivano le persone prestatesi a partecipare al finto incidente sul comportamento e su cosa riferire prima ai sanitari del pronto soccorso, per farsi refertare, e poi agli incaricati delle compagnie assicurative». A quel punto, Rossi, Nano e Buffalmano «compilavano i modelli e la documentazione necessaria ad attivare le pratiche risarcitorie, per poi farli sottoscrivere ai partecipi del sinistro». I due «capi» della banda si «portavano anche nei luoghi dove simulare il falso incidente. Ad esempio, un veicolo viene fatto fermare a un incrocio, per poi farlo tamponare da un secondo mezzo che, a sua volta, viene tamponato da un terzo, il tutto a bassa velocità e con danni minimi. A bordo dei veicoli sono presenti solo i conducenti, che, in alcune occasioni, poiché spaventati, vengono sostituiti da Rossi e Nano». E ancora: «Le persone coinvolte nei falsi incidenti, al fine di documentare i danni fisici riportati, qualche ora dopo, ma anche nei giorni seguenti, si recavano in pronto soccorso e, per indurre in errore i sanitari di turno, dichiaravano di essere stati vittima di un sinistro stradale, accusando, nella maggior parte dei casi, dolori cervicali, lombari e contusioni varie».
IL RUOLO DEI CARROZZIERI Così, nei giorni seguenti, le automobili incidentate venivano portate nelle carrozzerie appartenenti ad Andrea Renzetti e Alfiero Di Nicola, «dove i danni minimi riportati dai veicoli erano incrementati, oppure le parti di carrozzeria venivano smontate e anche sostituite, in modo da rendere difficoltosa l’esecuzione di eventuali perizie delle società assicurative. Spesso i periti delle assicurazioni trovavano l’auto già riparata, ovviamente con una fatturazione appositamente predisposta da Renzetti e Di Nicola».
I RISARCIMENTI Nella terza fase della truffa, indicata dagli inquirenti come «di concretizzazione», «si provvedeva all’istruzione della pratica risarcitoria con l’ausilio di legali e di persone prive del titolo abilitativo alla professione forense, oltre che di sanitari». In particolare, le persone coinvolte nei finti incidenti venivano avviate «ad altri sanitari, precisamente Vincenza Vigone, Giuliano Pace e Vincenza Vacchio, al fine di fare certificare (anche in modo seriale) ulteriori giorni di prognosi e prescrizione di cure». Rossi, Nano e Buffalmano chiedevano poi ai «legali» di curare le pratiche di risarcimento. «Nel dettaglio, si avvalevano dei componenti dello “studio legale Catucci” composto da Matteo Edoardo Catucci e dal padre Francescopaolo Mario Catucci (non abilitati alla professione forense)» e da un avvocato (ora deceduto, per il quale si è proceduto separatamente) che curava gli atti di citazione. L’associazione per delinquere è contestata anche ad altri due avvocati, Alessandro Di Donato e Alessandra Cellini. L’ultimo passaggio era quello in cui Rossi e Nano, insieme ai legali e ai risarciti, «monetizzavano i proventi e li ripartivano, ovviamente con la necessaria collaborazione dell’intestatario del titolo di credito».
LA DIFESA Gli imputati sono difesi, tra gli altri, dagli avvocati Paolo Sisti, Corradino Marinelli, Gianluca Carlone, Goffredo Tatozzi, Massimo Di Rocco, Italo Colaneri, Fatima Capitanio, Marco Di Giulio, Placido Pelliccia, Luca Pellegrini, Fabiana Desiderio, Cesare Borgia, Anna Rita Schiazza, Massimiliano Baccalà, Sara Ferrante, Luigi Vitale, Errico Sacco, Ludovico De Benedictis, Anthony Hernest Aliano, Angelo Pettinella, Giovanni Angelucci, Rocco Di Sipio, Stefano Sassano e Katia Ferrarini.

