«La mia giornata choc in corsia»

Dalle file all’ecografo rotto: i disagi raccontati da una donna incinta ricoverata per una colica
CHIETI. I disagi iniziano dai parcheggi intasati o troppo lontani, passano per il Cup, con file lunghissime e senza moneta spiccia per cambiare le banconote e proseguono nei reparti dove i macchinari sono spesso fuori uso. E così il ricovero in ospedale si trasforma in una odissea che ruba serenità ed energia a malati e parenti. Quella che stiamo per raccontarvi è la storia di una donna, A.G., incinta e in preda ad una dolorosa colica renale.
IL PRONTO SOCCORSO. «I dolori sono lancinanti così mi faccio accompagnare al pronto soccorso del policlinico da mio marito» racconta la signora «ma una volta arrivati a destinazione scopriamo che i parcheggi di emergenza e a tempo limitato riservati al trasbordo dei pazienti in reparto sono tutti occupati. Mio marito mi fa scendere e, ovviamente, va a cercare un posto dove lasciare l’auto. Nel frattempo resto sola ad aspettarlo». Dopo l’attesa in accettazione la futura mamma viene portata nel reparto di Ginecologia.
GLI ECOGRAFI. «I dolori si fanno sempre più forti» prosegue la donna «la paura è che la colica possa sollecitare contrazioni pericolose per la vita del piccolo». Passa più di mezz’ora e il marito comincia a spazientirsi. «Ma la colpa non è dei medici. Anzi. Loro si fanno in quattro per i pazienti. Il problema» confida A.G. «è che uno dei due ecografi disponibili in reparto è rotto da mesi e, nonostante le segnalazioni, nessuno lo ripara o lo sostituisce». Tocca aspettare ancora tra i dolori.
IL RIPOSTIGLIO. «Cerco di rilassarmi, ma i dolori sono forti» continua la donna «e sono ancora su una barella in attesa di un posto letto. Arriva l’infermiera che mi infila in una sorta di spogliatoio-ripostiglio con diversi faldoni a terra. Mi mette la flebo e le contrazioni lentamente mi danno tregua».
IL RICOVERO IN STANZA. «Passa un’altra ora. Mi portano finalmente in una stanza attrezzata per due letti. Io, però, sono la terza incomoda» prosegue nel racconto la signora «mi guardo intorno: non ho una presa elettrica e in caso di emergenza neppure il campanello d’allarme per chiamare gli infermieri. Non avendo neppure un armadietto mio marito posa i vestiti e altri effetti personali sul letto. Già penso ai disagi ai quali andrò incontro la notte. Quando per una qualsiasi evenienza sarò costretta a svegliare la mi a compagna di letto per farle suonare il campanello. Cerco comunque di rilassarmi. Passa un’altra ora e ho necessità di andare in bagno, ma mi accorgo che la mia flebo non è provvista di trespolo per il trasporto. Lo faccio notare al personale che candidamente risponde: ne abbiamo solo uno per stanza. Quindi mi devo arrangiare. Prendo la flebo in mano e mi avvio in bagno. Se non hai qualcuno che ti aiuta la «missione» è davvero impossibile , per fortuna con me c’è ancora mio marito».
LA CENA. «Arrivano i carrelli e iniziano a distribuire il pasto» racconta la futura mamma «apro il vassoio con le vivande calde e cerco le posate. Ma non ci sono. In questo ospedale bisogna portarsele da casa. Chiedo delle posate di plastica, mancano anche quelle. Una infermiera si muove a compassione e mi presta un cucchiaino da caffè per mangiare un po’ di brodo. La giornata infernale è finalmente conclusa». «Nell’elenco dei disagi» incalza il marito, noto professionista teatino, «vanno inserite le inefficienze del Cup: non hanno mai spiccioli per il resto e sei costretto ad andare al bar a cambiare le banconote, sono pure sprovvisti del Pos. Nel laboratorio analisi le donne incinte non hanno corsie preferenziali e sono costrette ad attendere il proprio turno accanto a persone con patologie anche infettive. Davvero un disastro se ci metti anche i macchinari rotti e il Far west nei parcheggi del Pronto soccorso. I ricoverati» rimarca «non vogliono la luna. Basterebbe che qualche volta i dirigenti della Asl scendessero dall’olimpo per rendersi conto di tutto quello che non va. A volte, solo per pura pigrizia mentale».

