La Miss Sixty ora cinese vuole entrare in Borsa

25 Luglio 2016

Dalla debacle dell’azienda di Chieti Scalo a un’operazione da 5 miliardi di dollari L’imprenditore Jacky Wu ha creato un impero grazie al marchio made in Italy

CHIETI. A noi la fantasia, ai cinesi il profitto. Basta una frase per riassumere la storia della Sixty, una parabola teatina durata ventuno anni. Nata dal genio creativo di Wichy Hassan, lo stilista libico scomparso nel 2011 a Roma dopo aver toccato anche il picco di 700 milioni di fatturato con il socio ingegnere, Renato Rossi, la Sixty sta per vivere il suo secondo miracolo dopo essere precipitata nel baratro che ha stravolto la vita, azzerandone le prospettive, di 400 lavoratori teatini. Ma il secondo miracolo si avvera a 8mila chilometri di distanza dall’Italia.

Il marchio Miss Sixty, il più famoso d’abbigliamento denim che sia mai passato per Chieti Scalo, sta per essere quotato in Borsa con un’operazione da 5 miliardi di dollari. Una Ipo (offerta pubblica iniziale) che potrebbe andare in porto nel 2017. Così scrive l’autorevole Sole 24Ore svelando i piani dell’imprenditore asiatico Jacky Wu, fondatore del gruppo d’abbigliamento cinese Trendy International che ora detiene i marchi italiani Miss Sixty, Energie e Killah.

Ma tutto ciò avviene in Cina mentre a Chieti Scalo si consumano gli ultimi atti di una debacle esplosa nel novembre del 2011, subito dopo la morte del creativo Hassan. E’ il tramonto di un sogno abruzzese. Della vecchia Spa restano non più di sei dipendenti, beni mobili, cioè capi d’abbigliamento e magazzini in via Mammarella, traversa di via Piaggio allo Scalo, in liquidazione e due commissari, Lucio Raimondi e Pierluigi Pennetta, che seguono le ultimissime fasi del concordato. Fonti sindacali svelano però un recente sopralluogo dei Toto nel magazzino a dimostrazione di un possibile interessamento degli imprenditori teatini a quell’immobile non fosse altro per una continuità con la propria azienda che di fatto è confinante. Ma allo Scalo esistono altre due società nate dalle ceneri della Spa, ovvero la Sixty Distribution, che fino a un paio di settimane fa poteva contare su 42 dipendenti superstiti dei 400 originari, e la piccola “+ 39”, azienda nata per scopi più strumentali che sostanziali, sulla base di un accordo del 2013 tra sindacati e il nuovo asset subentrato ad Hassan dopo un lungo periodo di crisi cominciato nel 2008 quando i 700 milioni di fatturato del gruppo calò a 381 milioni, per poi proseguire la china emorragica con i 293 milioni del 2010 e 300 milioni di debito. Sembrava inevitabile, nel 2011, dopo l’addio ad Hassan, il fallimento di un gruppo che aveva rivoluzionato la storia dell’abbigliamento nel mondo, partendo dallo stabilimento produttivo di Chieti, e coprendo mezzo pianeta con showroom di prestigio, 2.500 dipendenti e uno stile casual che catturò un’intera generazione di teenager. Ma il crac non ci fu, grazie alla cessione di tutto il gruppo al fondo di investimento panasiatico Crescent Hyde Park, strettamente legato alla Trendy International di Mr Jacky Wu, e alla constestuale nascita della newco, la Sixty Distribution, amministrata allora dal biellese ex campione di tennis Paolo Bodo, uscito di scena, e ancora diretta da Domenico Gentile. Nello stesso periodo c’è anche la cessione del marchio Refrigewear dai cinesi a quell’ingegner Rossi che, nel 1983, creò Sixty con Hassan. Ma tornando allo Scalo, sempre fonti sindacali riferiscono di un recente incontro in Regione finalizzato a far ottenere la cassa integrazione a metà dei 42 dipendenti superstiti. In azienda ne resteranno una ventina, impegnati in un’attività di impacchettamento di capi d’abbigliamento. I sindacati azzardano un possibile epilogo: il trasferimento di questi lavoratori nello showroom Miss Sixty aperto a Milano dai cinesi della Trendy subentrati direttamente nel controllo della newco dopo l’uscita di Bodo. Siamo alle battute finali di un romanzo nato come un sogno teatino e finito dall’altra parte del mondo.

Un sogno creato dalla fantasia di stilisti italiani e realizzato a Chieti, i cui profitti finiscono però nelle casse dei cinesi che ne faranno un affare in Borsa da 5 miliardi di dollari.