La 'Ndrangheta a Francavilla: 18 arresti, sequestrati beni per 10 milioni

21 Febbraio 2017

Operazione diretta dalla Direzione distrettuale antimafia dell'Aquila in quattro regioni condotta dai carabinieri di Chieti. In tutto sono 36 gli indagati per associazione di stampo mafioso, spaccio di droga e usura. I guadagni fatti in Abruzzo andavano a una società immobiliare calabrese. I nomi degli arrestati

CHIETI. Un'operazione antimafia diretta e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di L'Aquila e condotta dai carabinieri del Nucleo Investigativo Provinciale di Chieti è stata eseguita alle prime luci dell'alba di oggi. In tutto sono 36 gli indagati, 28 le misure cautelari richieste tra cui 18 arresti già eseguiti dai carabinieri della Compagnia di Chieti coordinati dal colonnello Luciano Calabrò: 3 a Milano e il resto tra Francavilla al Mare (Chieti) e Brancaleone (Reggio Calabria), paese di provenienza della 'ndrina dei Cuppari trasferitisi in Abruzzo nel 2009. In tutto 19 gli arresti ordinati dalla Procura antimafia, di cui 10 in carcere, 9 agli arresti domiciliari e 9 non detentive e interdittive, nei confronti di soggetti calabresi e abruzzesi indagati di associazione per delinquere di stampo mafioso, traffico di stupefacenti, usura ed altro. Un indagato colpito da ordine di carcerazione è ancora irreperibile. In carcere è finito il capo dell'organizzazione, Simone Cuppari di 36 anni, residente a Francavilla al Mare. L'operazione, che ha disarticolato un sodalizio riconducibile alla 'ndrangheta reggina, ha interessato Abruzzo, Lombardia, Calabria e Campania. Oltre 100 i militari dell'Arma impiegati e supportati da unità cinofile ed elicotteri. Sequestrati beni del valore di 10 milioni di euro, tra cui i proventi di un bar e di un maneggio, e 10 chilogrammi di marijuana.

Questa inchiesta dimostra che la 'ndrangheta non chiede più il pizzo ma investe i proventi della droga in attività lecite e in prestiti usurai. Il presunto clan si era radicato a Francavilla al Mare dal 2009, proveniente dal paese reggino, e qui ha cominciato ad investire acquistando il bar Euro sulla statale Adriatica e un maneggio di cavalli. Le investigazioni, condotte per oltre due anni nel più stretto riserbo, hanno consentito di evidenziare come la “cellula” ‘ndranghetista abruzzese, con a capo Simone Cuppari, 36enne di origini calabresi e da tempo residente sulla costa chietina, avesse consolidato un efficiente e proficuo canale di approvvigionamento di ingenti quantità di stupefacenti (prevalentemente cocaina) da un analogo gruppo di affiliati alla ‘ndrangheta, stanziati in Lombardia, a loro volta riconducibili, per vincoli di sangue o parentela acquisita, alle famigerate famiglie della “Locale di Platì”, dai quali approvvigionavano carichi di cocaina con cadenza periodica. La sostanza veniva quindi distribuita nel mercato abruzzese, prevalentemente nelle provincie di Chieti e Pescara, dai sodali ai vari livelli discendenti e da elementi della malavita locale contigui al sodalizio.
I proventi dello spaccio della droga venivano quindi, reimpiegati nell’acquisizione di attività commerciali – nel settore della raccolta di scommesse elettroniche e nella ristorazione – e in episodi di usura in danno di piccoli commercianti e imprenditori locali in difficoltà, moltiplicando, in tal modo, i guadagni. In questo scenario si inquadrano i reati tipici del contesto criminale di riferimento, commessi avvalendosi delle condizioni di assoggettamento ed omertà che derivano dalla forza intimidatrice che esercita tale appartenenza, cedendo denaro a piccoli imprenditori e commercianti in difficoltà e pretendendo da essi interessi esorbitanti, quasi paradossali (in un caso a fronte di un prestito di 20.000 euro la vittima doveva restituire, dopo un mese, la somma di 40.000. Il malcapitato, nell’arco di pochi mesi, si è visto costretto a pagare oltre 220.000 euro) facendo anche ricorso, per costringerli a pagare, ai tipici metodi mafiosi: minacce, incendi di negozi, di autovetture, ovvero appropriandosi di beni materiali per valori evidentemente superiori al debito (veicoli, merci, etc). I profitti così realizzati venivano, in parte, reimpiegati in attività imprenditoriali in Calabria, ad esempio nel commercio di autoveicoli e nella realizzazione di villaggi turistici di grandi dimensioni. Le indagini, infatti, hanno messo in luce la particolare propensione del gruppo ‘ndranghetista in parola, in specie dei suoi vertici, nell’investimento dei capitali, acquisiti illecitamente, in attività imprenditoriali e commerciali, nonché la capacità di infiltrarsi nel tessuto economico e sociale, anche, e paradossalmente, attraverso il consenso acquisito, costituendo per taluni personaggi locali fonte di lavoro e di sostentamento. All’alba di oggi, quindi, sono scattate le manette per 15 persone, di cui 6 sono state raggiunte dal provvedimento cautelare in carcere.

I nomi degli arrestati. Ordinanza di custodia cautelare in carcere:
Simone Cuppari, 36 anni, resiente a Francavilla;
Francesco Varacalli, 31 anni e Giuseppe Varacalli, 33 anni, residenti in Lombardia;
Felice Arrigoni, 69 anni, residente in Lombardia;
Tonino Ballone, 43 anni, Pescara;
Giuseppe Cuomo, 30 anni, Napoli;
Costantino Misiano, 59 anni, Calabria;
Enea Nelo, 29 anni, albanese;
Angelo Traina, 45 anni, Calabria;
Una persona è ancora irreperibile.
Agli arresti domiciliari:
Alessandro Cuppari, 38 anni, di Reggio Calabria;
Sergio Ciuffetelli, 61 anni, Pescara;
Antonio Mesiano, 51 anni, Calabria;
Pasquale Mileto, 58 anni, Calabria;
Francesco Paolini, 27 anni, di Pescara;
Rocco Sanvitale, 39 anni, Calabria;
Maurizio Spataro, 49 anni, siciliano;
Giuseppe Cricelli, 26 anni, Calabria;
Paolo Manzo, 57 anni, Calabria.

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