La Teateservizi non fa sconti: 14 politici non pagano le tasse

La scoperta: tra assessori e consiglieri, uno su tre ignora le bollette della Tari, Imu e acqua E c’è chi non versa un centesimo da 8 anni: adesso ha accumulato un debito di oltre 10mila euro
CHIETI. Niente sconti. Ora la Teateservizi manda ingiunzioni di pagamento anche ai politici. Sono almeno 14, tra assessori e consiglieri, i destinatari delle cartelle e c’è anche chi deve pagare una cifra che supera i 10mila euro perché da 8 anni non versa un centesimo. Dalle carte riservate della Teateservizi emerge che, tra i politici di Chieti, uno su tre non paga le tasse comunali, a partire dalla Tari e dall’Imu: una percentuale del 30% che indica quanto sia diffusa la consuetudine di dribblare le bollette e i solleciti. Se in passato il sindaco Umberto Di Primio si è scagliato contro i residenti evasori addossando proprio a loro la responsabilità dei conti in rosso del Comune, ecco che i primi bersagli siedono in giunta e in consiglio comunale. Sono i furbetti del Comune, esponenti della maggioranza e dell’opposizione, capaci di destreggiarsi tra le “intimazioni di pagamento”: c’è chi deve poche centinaia di euro; chi oltre mille; in due hanno un debito che si aggira intorno ai tremila euro; e, in un caso, spuntano una maxi cartella da 9.654 euro in aggiunta a un’altra da 1.034 per un totale di 10.688 euro.
«Il credito è divenuto certo, liquido ed esigibile ed è definitivo e incontestabile», recitano le cartelle, «per cui occorre procedere al recupero coattivo». Oltre a Tari e Imu, i componenti della giunta e i consiglieri hanno anche l’abitudine di non pagare l’acqua: ci sono solleciti risalenti addirittura al 2011; altri solleciti sono tornati indietro al mittente, cioè gli amministratori, abituali frequentatori del municipio e degli uffici dell’ente, si sono resi irreperibili.
E così se la politica sembra essersi dimenticata dei nodi irrisolti della Teateservizi, al centro dello scontro quest’estate per le assunzioni del personale precario, la solerte società pubblica che si occupa di riscossione delle tasse comunali non si dimentica di nessuno. La stabilizzazione dei dipendenti della società pubblica – in particolare di coloro che hanno vinto un concorso per essere assunti a tempo indeterminato – è stata al centro di un tira e molla che ha fatto traballare più di una volta la maggioranza del sindaco Di Primio. Le polemiche si sono spente con l’assicurazione del sindaco di procedere alle assunzioni chieste in particolare da 5 consiglieri di Forza Italia. Ma, calato il sipario sulle polemiche, tutto è rimasto uguale: stipendi in ritardo, amministratori che si dimettono uno dopo l’altro e personale costretto a lavorare in condizioni oggettivamente non facili.
Gli accertamenti della Teateservizi non sono rivolti solo ai politici ma fanno parte di un maxi controllo che ha l’obiettivo di riempire le casse vuote del Comune. L’amministrazione è sotto osservazione della Corte dei conti che nelle sue relazioni segnala anche una riscossione troppo bassa. Così si corre ai ripari: nel mese di luglio, la Teateservizi ha mandato solleciti a 7.142 residenti che non hanno pagato le bollette dei rifiuti e la tassa sugli immobili per un totale di quasi 6 milioni di euro. La prima ondata di atti giudiziari ha riguardato gli accertamenti relativi all’anno 2017 di Tari (dichiarazioni omesse o infedeli) e Imu (mancato versamento): hanno ricevuto l’ingiunzione 637 utenti per una somma totale di 2.682.458 euro. Sollecito di pagamento anche per chi non ha pagato la Tari 2018: parliamo di 5.174 teatini per un valore complessivo di 2.488.896 euro. La terza tranche di lettere è arrivata a casa di altri 1.331 teatini che hanno ignorato il sollecito per il pagamento della Tari 2017: in questo caso, i mancati introiti nelle casse comunali toccano quota 759.434 euro. Un esercito di evasori. Che, secondo fonti della Teateservizi, comprende anche politici e anche i loro familiari.
I morosi hanno poco da scherzare: per chi non si mette in regola, sono previste prima le ingiunzioni, ossia veri e propri atti giudiziari, e poi le azioni esecutive, come il pignoramento di stipendi, pensioni e conti correnti. Nessuno, dunque, può ritenersi al riparo, neanche il vertice dell’amministrazione.
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