Le intercettazioni che inguaiano gli indagati

27 Aprile 2021

Così parlavano di Di Giammarco: «Ieri mi ha ucciso, ha preso al ristorante le bottiglie più costose»

CHIETI. «Disperato». Così il cardiochirurgo Gabriele Di Giammarco, senza sapere di essere intercettato, definisce un paziente di 59 anni che morirà a distanza di 20 giorni dall’operazione. Ma il primario, per l’accusa, non si riferisce alla condizione clinica dell’uomo, bensì «a quella socio-economica», considerando che non ci sono da temere azioni giudiziarie perché non ha neppure familiari. Il decesso, ha scritto il giudice Luca De Ninis nell’ordinanza di custodia cautelare che aveva portato il primario agli arresti domiciliari, è legato anche «alle scelte di trattamento pilotate da Di Giammarco e del tutto incongrue rispetto alle esigenze del paziente». Nel dettaglio, il riferimento è all’acquisto di un cuore artificiale utilizzato durante l’operazione che, in realtà, non era adeguato alle condizioni del 59enne ma è stato voluto dal primario «per consentire a uno degli imprenditori “amici” di avviare un nuovo canale di distribuzione del dispositivo rafforzando, così, il rapporto di corruttela». In base all’accusa, anche le intercettazioni svelano i rapporti corruttivi intrattenuti da Di Giammarco e documentati dai finanzieri del colonnello Serafino Fiore, coordinati dal pm Giancarlo Ciani. Un esempio? È il 29 marzo del 2019 quando Andrea Mancini, dipendente dell’imprenditore Antonio Pellecchia, parla al telefono con Daniele Marinelli, giovane medico e braccio destro di Di Giammarco, e si lascia sfuggire il particolare del vino pregiato bevuto durante la sera precedente in un noto ristorante: «Ieri mi ha ucciso: ha scelto bene di prendere otto bottiglie, le più costose. Sì, otto, cioè una a testa». (g.let.)
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