Marinaio morto con uno sparo «Voglio giustizia per mio figlio»

20 Ottobre 2022

Oggi il giudice decide sulla richiesta di archiviazione dell’inchiesta sul marinaio 21enne Gelsomino Il papà: Giuseppe non si sarebbe mai suicidato e la pistola, che non era in dotazione, è senza impronte

LANCIANO. «Mio figlio deve avere giustizia e non avrò pace finché non si scoprirà la verità. Lo hanno strappato alla vita e a noi hanno strappato il cuore». È lo sfogo di Paolo Gelsomino, il papà di Giuseppe Antonio, 21 anni, marinaio di seconda classe trovato morto per un colpo d’arma da fuoco alla testa nella sala mensa della nave Staffetta ormeggiata a Brindisi, la mattina del 6 agosto 2021. Una morte che per la Procura di Brindisi va archiviata come suicidio, ipotesi a cui non credono genitori, familiari e amici. Oggi, in tribunale, a Brindisi, la famiglia, tramite l’avvocato Daniela Giancristofaro, si opporrà all’archiviazione. Toccherà al giudice decidere se riaprire il caso o chiuderlo definitivamente.
IL PAPÁ CHIEDE GIUSTIZIA«Un giovane di 21 anni, pieno di sogni, con una ragazza con cui progettava di andare a vivere, con tanti amici, che amava stare in mare, non si sarebbe suicidato. Giuseppe Antonio non si sarebbe mai suicidato. Voglio la verità». Paolo Gelsomino porta la sua croce fatta di dolore ormai da oltre un anno, da quando il figlio è stato trovato senza vita sulla nave dove prestava servizio. Una croce che pesa ancora di più perché il caso di Giuseppe Antonio oggi potrebbe essere chiuso per sempre dal tribunale di Brindisi. «Spero non chiudano il caso», dice Paolo, «anche se tutti quelli con cui parlo della storia di Giuseppe mi hanno sempre detto: “Tanto finirà in un nulla di fatto”. Perché? Perché siamo persone umili? Voglio credere nella giustizia e voglio che ci sia giustizia per mio figlio perché lo hanno strappato alla vita, ai suoi 21 anni fatti di sogni e progetti. E un’archiviazione, non è giustizia». E non lo è soprattutto perché il papà fa notare tante “stranezze” nelle indagini. «Nel pomeriggio del 6 agosto si è sentito con la ragazza due volte e hanno parlato anche di andare a vivere assieme. Era sereno», evidenzia. «L’ultimo messaggio che Giuseppe ha visualizzato è quello di WhatsApp proprio della ragazza alle 2.19: 10 minuti dopo si sarebbe ucciso?».
IL GIALLOMa è solo uno dei dubbi di questo mistero che ha visto Giuseppe il 20 luglio, festeggiare felice il compleanno, anche sulla nave. «Poi la pistola trovata accanto a lui: non doveva averla, non era in dotazione», fa notare il papà, «e sulla pistola non sono state trovate impronte. Neanche sul suo corpo; eppure il superiore dice di averlo afferrato da dietro quando l’ha trovato a mensa. E il telefono? Non è stato analizzato ed era pure in carica: perché metterlo in carica se pensi di farla finita?». E poi la mancanza di telecamere sulla nave, il colpo non udito dal collega che dormiva sotto la mensa. «Voglio solo che ci dicano la verità», chiede Paolo. Poi il pensiero di questo papà con il cuore spezzato va ai tanti genitori che hanno i figli sotto le armi: «Dico a questi genitori di vigilare sui figli, di stare attenti. Ci sono troppi suicidi nelle forze armate, atti di nonnismo: controllate i ragazzi sempre».
L’UDIENZAQuesta mattina, nel tribunale di Brindisi, toccherà al giudice decidere se archiviare definitivamente il caso come suicidio, o riaprirlo ordinando nuove indagini. Secondo il procuratore Pierpaolo Montinaro, non c’è stata alcuna istigazione al suicidio, anche se permangono tanti dubbi sul gesto estremo che neanche l’autopsia ha chiarito. I periti hanno evidenziato che il colpo, uno solo, è stato sparato dal basso verso l’alto appoggiando o quasi la Beretta 92/fs alla testa. Il colpo è entrato dalla tempia destra ed è fuoriuscito da quella sinistra, compatibile con il suicidio. Ipotesi a cui non crederanno mai la famiglia e gli amici di un ragazzo dal sorriso solare.
©RIPRODUZIONE RISERVATA