Maxi sequestri, il boss in carcere I difensori già pronti al ricorso

11 Novembre 2022

Dritan Mici, 48 anni, al quale finanza e carabinieri hanno sigillato le proprietà, rinchiuso a Milano La decisione è della Corte di Cassazione. L’uomo era agli arresti domiciliari: «È un grosso equivoco»

VASTO. «Si tratta di un grosso equivoco». Dritan Mici, 48 anni, detto "Toni", lo ha ripetuto più volte mercoledì sera mentre veniva trasferito dalla casa di Pozzo d'Adda in cui scontava gli arresti domiciliari al carcere di San Vittore di Milano. Il ritorno in carcere, coinciso con il sequestro di tutti i suoi beni, è stato disposto dai giudici della Corte di Cassazione, a cui si erano appellati a giugno gli avvocati Fiorenzo Cieri e Pino Sciarretta. In precedenza il tribunale dell'Aquila aveva annullato nei confronti del presunto boss, 5 delle quindici accuse rivolte dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda). In particolare è stata annullata la collusione con la malavita calabra, il possesso delle armi, un’estorsione e altri reati legati al possesso di sostanze stupefacenti. Restano tuttavia una decina di gravi accuse e Dritan Mici, che aveva già scontato diversi mesi nel carcere di Secondigliano, ora è dietro le sbarre a Milano. «Siamo pronti», fa sapere l'avvocato Fiorenzo Cieri, «a presentare una nuova richiesta di scarcerazione ricorrendo contro una decisione anacronistica e arrivata dopo sei mesi, quando ormai tutti gli altri presunti componenti la banda sono liberi».
Nel frattempo si aspettano le decisioni della Procura dell'Aquila e la fissazione dell'udienza a carico dei venticinque indagati coinvolti nell'operazione Blue Marine. Il 20 maggio scorso la Dda ha comunicato ai legali degli indagati, accusati di far parte di un’associazione dedita al traffico di sostanze stupefacenti, l’avviso di conclusione delle indagini del procuratore Stefano Gallo. L'attesa per il processo è grande. Qualora Mici dovesse essere condannato, i beni che gli sono stati sequestrati martedì saranno confiscati. «Ricorreremo prima», ripete l'avvocato Pino Sciarretta, «le indagini e la documentazione acquisita dalla guardia di finanza riguarda in particolare le slot machine i cui proventi vanno allo Stato. La documentazione dimostrerà che non c'è mai stato riciclo di denaro sporco», insiste con tono deciso il legale. Di parere opposto la magistratura che ritiene "Toni" alla stregua di un capomafia. Per il pm Stefano Gallo, Mici era al vertice della banda albanese di stanza da tempo a San Salvo. L'uomo avrebbe monopolizzato il traffico di cocaina ed eroina nel Vastese facendo affari con la ’ndrangheta. Mici sarebbe stato il boss di un gruppo criminale azzerato dalla Direzione distrettuale antimafia dell’Aquila guidata dal procuratore Michele Renzo. «Dritan Mici», hanno scritto i giudici, «è il punto di riferimento, nell’area di Vasto e San Salvo e dell’Alto Vastese, di numerosi personaggi». L'esito delle indagini ha portato i giudici a contestare a Mici oltre a un numero indeterminato di cessioni di cocaina anche episodi di estorsione, lesioni aggravate, uccisione di animali, porto in luogo pubblico di fucile e resistenza a pubblico ufficiale.
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