«Mio figlio vittima indiretta del contagio»

Lettopalena. Il papà dell’operaio 49enne morto suicida: non era infetto, ma aveva paura per noi
LETTOPALENA. Antonio De Romeis, 49 anni, operaio della Isringhausen, è una vittima indiretta del coronavirus. Antonio ha ceduto, togliendosi la vita, in queste settimane di angoscia, dolore e paura pur non essendo contagiato dal terribile virus che sta addolorando l’Italia. A raccontarlo è suo padre Vincenzo.
«Non voglio giustificare il gesto insano», scrive al Centro, «ma cercare di focalizzare la causa scatenante di questa tragedia. Bisogna immaginare il clima che regnava tra gli operai. Da una parte gli inviti dalla televisione a non uscire di casa per evitare possibili contagi e dall’altra gli operai costretti a raggiungere la sede di lavoro».
«Mio figlio temeva di contagiarsi e contagiare i suoi genitori ultra settantenni», si legge nella lettera di papà Vincenzo, «quindi per allontanarsi dal posto di lavoro non ha chiesto giorni di malattia fittizia, cosa che non ha mai fatto nell’arco di tutta la sua attività lavorativa, ma ha chiesto l’aspettativa non retribuita per motivi personali di un mese, decorrente dall’11 marzo, proprio per evitare contagi».
«Intanto», prosegue il padre di Antonio, «dopo l’aspettativa concessa a mio figlio, la fabbrica ha sospeso l’attività dal 13 al 16 marzo per adeguare la catena di montaggio alle misure di sicurezza finalizzate a scongiurare eventuali contagi. (Successivamente la Isringhausen, circa 400 dipendenti che producono sedili per i furgoni commerciali di Sevel, ha deciso di prolungare il fermo produttivo chiedendo la cassa integrazione per Covid-19, così come hanno fatto la stessa Sevel e tante altre fabbriche della Val di Sangro, ndc). Forse», conclude papà Vincenzo, «se si fossero chiusi a tempo debito i battenti, nella mente di mio figlio, benché in aspettativa, non si sarebbe scatenata la follia suicida che l’ha portato al tragico epilogo».
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