Morì cadendo nel cantiere Condannato il proprietario

Scerni. Sei mesi di reclusione per il decesso nel 2010 del 17enne Simone Di Giovanni Lo studente era entrato nella casa in ristrutturazione per sfuggire a un cinghiale
SCERNI. Spaventato da un cinghiale, morì cercando rifugio in una casa in ristrutturazione. Il buio gli impedì di vedere la tromba delle scale e precipitò in una botola. Sette anni dopo, la tragica morte di Simone Di Giovanni, 17 anni, è stata rivissuta in tribunale. Il proprietario dell’immobile, Giovanni Carbonetti, è stato condannato a 6 mesi di reclusione per non aver segnalato a dovere il pericolo. La legge, infatti, addossa, al proprietario di casa una responsabilità oggettiva (che prescinde, cioè dalla sua malafede o colpa) per tutti gli infortuni che avvengono nel suo appartamento, tanto nell’ipotesi in cui lui sia presente, tanto in quella in cui si trovi altrove. Il difensore dell’imputato, l’avvocato Giuseppe Gileno, è riuscito a fargli ottenere una pena lieve, sottolineando che l'accusato non poteva immaginare quanto accadde. I genitori dello studente, atleta del Real San Giacomo, si sono costituti parte civile. A rappresentarli sono stati gli avvocati Fiorenzo Cieri e Vincenzo Mastrangelo.
La tragedia avvenne l’8 giugno 2010 in località San Giacomo. Il giovane, che era con altri amici, poco dopo l’una si trovava vicino al cantiere. L’immobile era aperto. A un certo punto lo studente scappò all’interno della casa. Lui non ha potuto spiegare a nessuno perché lo fece. Altri hanno raccontato che cercasse rifugio da un cinghiale. Il ragazzo, a causa del buio non vide la tromba delle scale e precipitò nel vuoto battendo la testa dopo un volo di 5 metri. Inutili i soccorsi del 118 e il trasferimento dello studente prima all’ospedale di Vasto, poi in quello di Pescara. A Pescara, l’elettroencefalogramma non segnalava più l’attività cerebrale. Trascorse le ore previste dalla legge, i medici staccarono le macchine che lo tenevano in vita e i genitori autorizzarono l’espianto degli organi. L’ultimo atto d’amore nei confronti del figlio. Il proprietario di quell'immobile finì a giudizio per non aver interdetto l’accesso al cantiere. Comparso davanti al giudice Italo Radoccia è stato quindi condannato.
I genitori e la sorella del ragazzo dovranno essere risarciti. La somma sarà decisa in sede civile. Per papà Nicola, operaio della Smi, e mamma Laura, dipendente dell'area di servizio Sangro Est, sull’A14, resta il dolore è immutato. La maglia bianca e verde del Real San Giacomo, la squadra di calcio in cui Simone giocava e che, è ancora lì, nella sua camera. Simone era studente del terzo anno di Agraria a Scerni. I suoi ex compagni lo ricordano ancora con affetto.
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