Morì in un incidente con la moto: vicenda chiusa dopo undici anni

11 Dicembre 2020

Marcello Varrenti, 18 anni, perse la vita nel 2009 nella caduta causata dalla manovra di una macchina La Cassazione rigetta il ricorso della conducente e la condanna a sedici mesi per omicidio colposo

SANTA MARIA IMBARO. A undici anni dalla sua scomparsa, si chiude la vicenda giudiziaria sull’incidente stradale che causò la morte del giovane Marcello Varrenti. La Corte di cassazione ha rigettato il ricorso dell’imputata Valentina Tatasciore, condannando in via definitiva la conducente dell’auto che, come è stato accertato in cinque gradi di giudizio, il 21 agosto 2009 provocò la caduta dal motorino del 18enne di Santa Maria Imbaro. Marcello morì tre giorni dopo nell’ospedale di Pescara, a causa delle gravi ferite riportate. L’ultima udienza si è tenuta lo scorso 29 ottobre davanti alla terza sezione penale della Cassazione, interpellata dalla difesa dell’automobilista, rappresentata in aula dall’avvocato Maria Benedetti.
Gli ermellini hanno risposto punto per punto ai sette motivi del ricorso, con i quali i difensori hanno cercato un nuovo rinvio del processo in Corte d’appello. Nel 2017, infatti, la Cassazione aveva annullato la sentenza di assoluzione, emessa nel 2016 dalla Corte d’appello dell’Aquila, rinviando il processo a Perugia. La Corte umbra, nel 2019, ha confermato per l’imputata la condanna in primo grado (2014, tribunale di Lanciano) a un anno e 4 mesi di reclusione, pena sospesa, per omicidio colposo con violazione delle norme del codice della strada, più due anni di sospensione della patente.
Ricorrendo in cassazione, la difesa della Tatasciore ha cercato di allargare l’oggetto del giudizio alla ricostruzione della dinamica dell’incidente stradale, avvenuto sulla strada provinciale Fattore, all’incrocio con via Sangro. Inizialmente fu archiviato come caduta accidentale. Solo grazie alla tenacia del papà di Marcello, Pietro, scomparso anche lui, le indagini furono riaperte. Il lavoro dei consulenti tecnici Patrizio Rossi e Raffaele Ambrosini, accertò che fu l’auto su cui viaggiavano l’imputata e il marito, a tagliare la strada al giovane, svoltando.
La «sequenza causale che ha condotto alla morte di Marcello» è chiara e lo ribadiscono anche gli ermellini. L’elemento rimasto invece, fino all’ultimo, avvolto nel dubbio è chi fosse alla guida del veicolo. Ma la Cassazione obietta, tra le altre cose, che «risulterebbe illogico non attivarsi per far emergere l’erroneità di tale attribuzione», chiudendo la questione.
«La famiglia, nel dolore incolmabile per la morte di Marcello, esprime soddisfazione per l’esito della vicenda», commenta il legale dei Varrenti, l’avvocato Alessandro Palucci, «una sentenza non può restituire chi non c’è più, ma non avere giustizia sarebbe stato intollerabile. Sapere che la caduta e la morte di Marcello erano state causate dalla manovra imprudente dell’auto, ma non avere un colpevole sarebbe stato un paradosso che avrebbe reso la sofferenza dei familiari sempre più viva. Sono orgoglioso di averli potuti affiancare in una vicenda così dolorosa e di poter dire, finalmente, che giustizia è fatta». Papà Pietro non c’è più, ma è a lui che va il pensiero dei figli Barbara, Gianluca e Daniele, rimasti a combattere questa battaglia insieme alla mamma di Marcello, Joana, tornata a vivere in Brasile. «Finalmente», sottolinea Barbara, «sia Marcello che papà possono riposare in pace».
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