Morta per la caduta del masso: sindaco e altri quattro a giudizio

Il gup manda a processo anche un tecnico, due rappresentanti del Parco nel 2019 e la guida turistica Il marito della vittima: «Luogo pericoloso ma aperto». De Vitis: «Come metto in sicurezza la montagna?»
FARA SAN MARTINO. Tutti a processo i cinque imputati per la morte di Sandra Zanchini, la turista 56enne di Ravenna uccisa nel giugno 2019 da un masso sul sentiero per le Gole di San Martino. Nell’udienza preliminare, svolta ieri nel tribunale di Chieti, il gup Andrea Di Berardino ha rinviato a giudizio il sindaco Carlo De Vitis e il responsabile dell’ufficio tecnico del Comune di Fara San Martino, Enrico Del Pizzo, il legale rappresentante, all’epoca, del Parco nazionale della Maiella, Claudio D’Emilio, il direttore Luciano Di Martino e la guida turistica Simone Barletta. L’ipotesi di reato è, per tutti, omicidio colposo e cooperazione nel delitto colposo. Il processo si aprirà il prossimo 27 settembre.
Per la Procura di Chieti, rappresentata in aula dal pm Lucia Anna Campo, i primi quattro imputati sarebbero responsabili della morte della turista «per colpa consistita in imprudenza, imperizia e negligenza nell’aver omesso di adottare opportune cautele e di predisporre all’ingresso e lungo il tragitto del sentiero cartelli indicatori del pericolo di caduta massi e delle precauzioni da adottare». Le difese - gli avvocati Marco Femminella per De Vitis e Del Pizzo, Ettore Paolo Di Zio per D’Emilio, Giulio Cerceo e Luigi Zappacosta per Di Martino - hanno escluso ogni responsabilità, chiedendo il non luogo a procedere. Alla guida turistica, assistita dall’avvocato Giovanni Carmellino, che la mattina del 22 giugno accompagnava il gruppo nell’escursione, la Procura teatina imputa invece la colpa di non aver dotato i partecipanti di idonei dispositivi di protezione individuale. I familiari della vittima, il marito, le due figlie, gli anziani genitori e la sorella, si sono costituiti parte civile.
«È andata come ci aspettavamo», commenta l’avvocato della famiglia, Filippo Zamponi, «ci siamo mossi fin dall’inizio perché la signora Zanchini merita che sia fatta giustizia. Capiamo che sia un dramma anche per gli stessi imputati, in quanto parliamo di una responsabilità dolosa, ma la signora stava facendo un semplice weekend di relax con il marito e non ha più fatto ritorno a casa. Visto che erano problematiche non certamente nuove, riteniamo che la giustizia debba fare il suo corso».
In aula era presente il marito di Sandra, Davide Baiocchi, con le figlie Chiara e Federica: «Tre mesi prima della tragedia il Comune ha richiesto una perizia sul sito archeologico, che ha evidenziato una situazione di pericolosità. Ma non c’erano soldi per mettere le reti paramassi. A quel punto si chiude o si avvisa del pericolo, non si può far finta di niente. È capitato a mia moglie, ma sarebbe potuto accadere a chiunque. Se avessimo saputo che c’era un pericolo anche remoto, non saremmo mai andati lì».
Assente in aula, il sindaco Carlo De Vitis commenta: «Ho piena fiducia nella magistratura. Il tragico evento è stato una fatalità, come eccezionale è stata la folata di vento di quella mattina. Non esistono interventi che possano mettere in sicurezza una montagna. C’è rammarico, ma comunque andranno le cose questa resterà sempre una ferita aperta per la nostra comunità».
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