Morto per un incidente al porto, Micoperi: «Aiutiamo la famiglia»

10 Novembre 2022

Il vice presidente Bartolotti: «Mark Pepito stava caricando e spostando merce come faceva sempre» Sulle misure di sicurezza spiega: «Da noi mai accaduti episodi simili». Si indaga per omicidio colposo

ORTONA. «Siamo molto scossi da quello che è accaduto, ora stiamo aiutando la famiglia della vittima a venire in Italia». A parlare è Fabio Bartolotti, vice presidente della Micoperi, l’azienda per cui lavorava Mark Canete Pepito, 41 enne, operaio filippino morto due giorni fa mentre era al lavoro nel porto di Ortona. L’incidente ha scosso il colosso dell’industria navale e ora spetta alla procura di Chieti accertare eventuali responsabilità. Il sostituto procuratore Giancarlo Ciani ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo e ieri ha ricevuto gli atti di indagine trasmessi dalla capitaneria di porto di Ortona e dall’ispettorato sul lavoro della Asl. L’autopsia sarà affidata al medico legale Pietro Falco, ma non è ancora chiaro quando saranno eseguiti gli accertamenti: l’esame autoptico potrà essere utile anche per sciogliere alcuni dubbi sulla dinamica dell’incidente.
LA TRAGEDIA
Al porto di Ortona quella di ieri sembrava una giornata come tante altre. Se non fosse che 24 ore prima Mark Pepito aveva perso la vita mentre caricava e scaricava una chiatta (Micourier 2), di supporto alla piattaforma Micoperi Trenta, sulla banchina di “Riva nuova”. Durante le operazioni c’è stato un improvviso cedimento strutturale dell’imbracatura di una gru: Mark è stato travolto dalle fasce dell’enorme imbracatura e dal materiale che gli operai stavano scaricando (cavi d’acciaio). L’uomo è stato colpito con violenza ed è stato scaraventato in mare. È morto intorno alle 11.30 in ospedale a Pescara, dove era arrivato con l’elisoccorso già in condizioni critiche.
I DUBBI DA CHIARIRE
«Mark stava svolgendo delle normali operazioni di carico e scarico», spiega il vice presidente della Micoperi, «ma stiamo ancora facendo delle indagini per chiarire la dinamica dell’incidente. Da noi non è mai accaduto niente di simile». Non è ancora chiaro come abbia fatto l’enorme imbracatura della gru a cedere durante le operazioni di carico e scarico, né se l’impianto fosse stato caricato con un peso eccessivo. Il casco di Mark è stato recuperato in acqua, dunque è molto probabile che il 41enne lo indossasse regolarmente al momento dell’incidente. Secondo quanto ricostruito, però, l’impatto con l’imbracatura sarebbe stato talmente violento da rendere inefficaci anche le protezioni di sicurezza. Ora toccherà alla procura di Chieti, che coordina le indagini, stabilire eventuali responsabilità. Nelle prossime ore potrebbero esserci i primi indagati. In casi come questo, di norma, si procede come atto dovuto nei confronti del datore di lavoro e del responsabile per la sicurezza dell’azienda.