Morì cadendo nel cantiere Condannato il proprietario

3 Dicembre 2017

Scerni. Sei mesi di reclusione per il decesso nel 2010 del 17enne Simone Di Giovanni Lo studente era entrato nella casa in ristrutturazione per sfuggire a un cinghiale

SCERNI. Spaventato da un cinghiale, morì cercando rifugio in una casa in ristrutturazione. Il buio gli impedì di vedere la tromba delle scale e precipitò in una botola. Sette anni dopo, la tragica morte di Simone Di Giovanni, 17 anni, è stata rivissuta in tribunale. Il proprietario dell’immobile, Giovanni Carbonetti, è stato condannato a 6 mesi di reclusione per non aver segnalato a dovere il pericolo. La legge, infatti, addossa, al proprietario di casa una responsabilità oggettiva (che prescinde, cioè dalla sua malafede o colpa) per tutti gli infortuni che avvengono nel suo appartamento, tanto nell’ipotesi in cui lui sia presente, tanto in quella in cui si trovi altrove. Il difensore dell’imputato, l’avvocato Giuseppe Gileno, è riuscito a fargli ottenere una pena lieve, sottolineando che l'accusato non poteva immaginare quanto accadde. I genitori dello studente, atleta del Real San Giacomo, si sono costituti parte civile. A rappresentarli sono stati gli avvocati Fiorenzo Cieri e Vincenzo Mastrangelo.
La tragedia avvenne l’8 giugno 2010 in località San Giacomo. Il giovane, che era con altri amici, poco dopo l’una si trovava vicino al cantiere. L’immobile era aperto. A un certo punto lo studente scappò all’interno della casa. Lui non ha potuto spiegare a nessuno perché lo fece. Altri hanno raccontato che cercasse rifugio da un cinghiale. Il ragazzo, a causa del buio non vide la tromba delle scale e precipitò nel vuoto battendo la testa dopo un volo di 5 metri. Inutili i soccorsi del 118 e il trasferimento dello studente prima all’ospedale di Vasto, poi in quello di Pescara. A Pescara, l’elettroencefalogramma non segnalava più l’attività cerebrale. Trascorse le ore previste dalla legge, i medici staccarono le macchine che lo tenevano in vita e i genitori autorizzarono l’espianto degli organi. L’ultimo atto d’amore nei confronti del figlio. Il proprietario di quell'immobile finì a giudizio per non aver interdetto l’accesso al cantiere. Comparso davanti al giudice Italo Radoccia è stato quindi condannato.
I genitori e la sorella del ragazzo dovranno essere risarciti. La somma sarà decisa in sede civile. Per papà Nicola, operaio della Smi, e mamma Laura, dipendente dell'area di servizio Sangro Est, sull’A14, resta il dolore è immutato. La maglia bianca e verde del Real San Giacomo, la squadra di calcio in cui Simone giocava e che, è ancora lì, nella sua camera. Simone era studente del terzo anno di Agraria a Scerni. I suoi ex compagni lo ricordano ancora con affetto.
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