Morì per l’amianto: un milione agli eredi

Operaio maneggiò per 35 anni le fibre cancerogene. Il Consorzio di bonifica Sud condannato al risarcimento a moglie e figli
LANCIANO. Ha lavorato per 35 anni con tubi di amianto, esposto alle fibre cancerogene del materiale senza protezioni né misure di sicurezza. Si è ammalato e poi è morto di cancro ai polmoni, un ex dipendente del Consorzio di bonifica Sud. Con dolore la famiglia ha portato in tribunale il datore di lavoro, il Consorzio appunto, come responsabile della morte e ha ottenuto il risarcimento danni per il decesso di quasi 900.000 euro. Il giudice del lavoro Cristina Di Stefano ha accolto il ricorso della moglie e di tre figli dell’uomo, rappresentati dall’avvocato Alessandro Marrone, e dichiarato la responsabilità del Consorzio di bonifica Sud nel causare la malattia e la morte dell’ex dipendente per inosservanza dell’obbligazione di sicurezza (articolo 2.087 del codice civile).
Una vicenda delicata e quanto mai attuale quella sollevata dalla famiglia e portata in aula dall’avvocato Marrone, visto che questo materiale, molto usato in passato, è ancora presente in case e strutture pubbliche e visto che le malattie a esso associate si diagnosticano dopo decenni. Come emerso in tribunale l’uomo, morto nel dicembre 2012, è stato dipendente del Consorzio dal 1961 al 1996 come acquaiolo, “ma svolse quotidianamente interventi di riparazione e di manutenzione delle condotte idriche, tra cui quelle in amianto, calandosi dentro le tubature in eternit a 50-60 metri di profondità, venendo a contatto con le fibre di amianto che, in seguito alla manipolazione e lavorazione delle tubazioni lese, si disperdevano nell’ambiente. Era senza precauzioni e strumenti di protezione, e non aveva avuto alcuna informazione sui possibili rischi derivanti dall’esposizione alla polvere di amianto».
Esposizione - confermata anche da alcuni testimoni tra cui un collega di lavoro - che lo ha portato a contrarre l’asbestosi parenchimale (una forma di fibrosi interstiziale polmonare causata dall’esposizione all’amianto), scoperta solo nel 2009, che poi è degenerata in cancro polmonare metastatico. Danni riconosciuti anche dal medico legale chiamato in causa dal giudice che ha ricondotto la malattia all’attività professionale svolta.
Il Consorzio di bonifica Sud ha cercato di smontare il nesso causale tra le mansioni svolte e la malattia, ma invano, ed è arrivato l’accoglimento del ricorso della famiglia e il risarcimento danni sia per l’uomo, quando era in vita, e sia per i famigliari, pari a 884.318 euro. «Il giudice, accerta e dichiara la responsabilità del Consorzio di bonifica Sud nel causare la malattia e l’evento morte dell’ex dipendente per inosservanza dell’obbligazione di sicurezza», si legge nella sentenza, «condanna» l’ente «al risarcimento del danno patito in vita dall’uomo per 144.318 euro e al risarcimento del danno parentale sofferto dai ricorrenti, quantificato in 200.000 euro per la coniuge e 180.000 euro per ciascun figlio». La sentenza può essere appellata ma è provvisoriamente esecutiva.
«È stata una causa complessa a livello giuridico e medico», commenta l’avvocato Alessandro Marrone, «in cui si è ottenuto il risarcimento per una responsabilità che non è da attribuire agli attuali amministratori del Consorzio ma al passato, quando comunque era già nota la nocività dell'amianto. C’è la sensibilità del giudice nel riconoscere il giusto indennizzo agli eredi che, pur con dolore, hanno avuto giustizia per quanto accaduto».
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