Niente sconti a Cipressi: «Assassino insensibile»

Ecco le motivazioni della condanna a 30 anni per l’autore del delitto Di Marco «Aggressività inaudita, ha mantenuto un atteggiamento freddo e distaccato»
CHIETI. «Emanuele Cipressi, seppur consapevole di aver volontariamente ucciso un proprio simile, è riuscito a mantenere un atteggiamento freddo e distaccato». Lo scrive la Corte d’Assise d’Appello di Perugia nelle motivazioni della sentenza con cui è stato condannato a 30 anni di carcere l’autore dell’omicidio di Fausto Di Marco, il musicista 40enne sgozzato in strada con il collo di una bottiglia rotta. Secondo i giudici Cipressi, oggi 28enne, non merita alcuno sconto per il delitto avvenuto il 9 ottobre del 2016 a Chieti Scalo, davanti al Mian Donner Kebab di via Pescara. Il caso è arrivato in Umbria dopo che la Cassazione, a seguito della riduzione della condanna a 16 anni decisa in secondo grado, aveva annullato l’aggravante dell’«uso del mezzo insidioso» e rinviato a un nuovo giudizio l’eventuale concessione delle attenuanti generiche, riconosciute dalla Corte d’Assise d’Appello dell’Aquila ma carenti «di un’adeguata motivazione».
IL PROCESSO BIS Dal processo bis è arrivato un secco no al beneficio: di conseguenza, la pena è salita di nuovo a 30 anni, la stessa che era stata inflitta in primo grado su richiesta del sostituto procuratore Giancarlo Ciani. È la condanna massima prevista in un processo con il rito abbreviato. L’avvocato Roberto Di Loreto, difensore dell’imputato, presenterà un nuovo ricorso in Cassazione.
LE MOTIVAZIONI «L’incensuratezza dell’imputato», è la premessa dei giudici umbri (presidente Giancarlo Massei, consigliere relatore Augusto Fornaci), «di per sé sola non legittima la concessione delle attenuanti generiche. La giovane età dell’imputato ne potrebbe legittimare la concessione soltanto qualora risulti provato che, proprio a ragione del dato anagrafico, sussisteva un particolare stato di “immaturità” tale da renderlo non pienamente consapevole del valore antigiuridico della propria azione e dei suoi gravissimi effetti». Ma non è questo il caso di Cipressi: «Nella rapidissima dinamica dell’omicidio si individuano alcuni passaggi assai significativi, in quanto esaurientemente dimostrativi del fatto che Cipressi, nonostante quel gravissimo episodio, era riuscito a conservare freddezza e lucidità mentale in grado tale da escludere qualsivoglia diversa prospettazione in termini di difettosa o incompleta maturità psichica».
L’AGGRESSIONE Quella notte di oltre quattro anni fa, Di Marco fu colpito alla gola con un coccio di vetro. Il musicista aveva passato la serata in giro per locali, così come aveva fatto Cipressi. I due si incontrarono all’esterno di un circolo privato, il Tre assi, che ora ha chiuso i battenti. Di mezzo c’era anche un’amica di Cipressi, E.P. le sue iniziali, con la quale Fausto stava parlando e che, secondo l’imputato, la vittima avrebbe infastidito. L’omicida si allontanò dal luogo del delitto: polizia e carabinieri lo fermarono il pomeriggio successivo nella sua abitazione di via Pescasseroli. Il movente del delitto? L’assassino, sostiene l’accusa, reagì «al mero lancio di un bicchiere di plastica pieno di birra, bicchiere con cui peraltro la parte offesa intendeva bagnare un’altra persona e che, solo per errore, colpiva l’imputato».
«LUCIDO E DETERMINATO» La Corte d’Assise d’Appello di Perugia sottolinea «la lucida determinazione di chi, al fine di dar concreto sfogo alla propria inaudita aggressività, si era appositamente munito di un’arma da ritenersi micidiale, rompendo una bottiglia e tenendo in mano il collo di vetro con i margini infranti. Un simile atteggiamento denota anche il pieno possesso di cognizioni tipiche di chi ha già percorso plurime esperienze di vita in contesti da “adulto”. Quel riuscire a darsi immediatamente alla fuga appena ultimata l’aggressione, vincendo il naturale impulso a fermarsi e (quantomeno) informarsi sulle condizioni della vittima, va interpretato quale ulteriore indice del fatto che l’aggressore era in possesso di una notevole dose di insensibilità umana e dunque, anche in quel contesto così drammatico che stava verificandosi davanti ai suoi occhi, non aveva perso affatto lucidità pensando esclusivamente alla propria “salvezza” mediante la fuga».
IL MESSAGGIO CHOC Secondo i giudici, la cartina di tornasole è «il disinvolto attivarsi da parte di Cipressi con il messaggio attraverso il quale ha cercato di contattare E.P. chiedendole: “Ci prendiamo un caffè”; atteggiandosi dunque nei confronti della ragazza come se nulla fosse successo appena poche ore prima. Il riuscire a mantenere, nonostante tutto, un atteggiamento così ostentatamente freddo e distaccato – la frase di quel messaggino è tanto banale quanto drammaticamente fuori contesto – non fa che confermare quel profilo di pieno autocontrollo senza alcuna “caduta” emotiva di sorta che, è lecito pensarlo, non poteva che essere stato tratto dal possesso a pieno titolo, da parte di Cipressi, di pregresse esperienze di vita “da adulto”».

