«No ai ristoranti sui trabocchi» Sei associazioni contro la legge

Vasto. Fa discutere il caso dei due regolamenti in consiglio comunale sulle antiche macchine da pesca «Sono strutture che, stando in mare, possono generare problemi di sicurezza e di pubblica incolumità»
VASTO. «La trasformazione dei trabocchi in “ristotrabocchi”, legittimata da una legge regionale che ha voluto favorire uno sparuto gruppetto di operatori della ristorazione, a svantaggio di quelli della terraferma, ci lascerà una costa sempre più povera e degradata». Davide Aquilano (Italia Nostra del Vastese), Lino Salvatorelli (Arci), Michele Celenza (Porta Nuova), Nicholas Tomeo (Forum civico ecologista), Stefano Taglioli (Gruppo Fratino Vasto) e Ines Palena (Wwf zona Frentana e Costa Teatina), ribadiscono la loro netta contrarietà alla riconversione in ristoranti delle antiche macchine da pesca che caratterizzano la Costa dei trabocchi, a prescindere dalle dimensioni della piattaforma.
Parlano di «metamorfosi pericolosa» le sei associazioni che intervengono dopo l’articolo del Centro sull’esistenza di due regolamenti, uno della maggioranza di centrosinistra e l’altro dell’opposizione consiliare, che presto approderanno nella commissione assetto ed utilizzo del territorio. «È evidente che la legislazione regionale ha nel tempo svilito i trabocchi, definendoli beni culturali e paesaggistici nel 1994, mentre oggi negli atti ne parla e ne scrive come se di fatto fossero dei ristoranti, dotati di sala ampia fino a 160 mq calpestabili, di servizi (cucina, bagni e rispostigli) fino a 50 mq e capienza massima di sessanta persone, personale ed ospiti compresi», rimarcano le sei sigle, «chiamiamoli allora “ristotrabocchi”, per non confonderli con quelli che ancora sono i veri trabocchi. Ad ogni modo, anche se per i ristotrabocchi fosse riconosciuta una superficie ampia un quinto rispetto a quanto stabilito dalla legge regionale n. 7 del 2019, siamo ben al di là dei massimi dimensionali dei trabocchi tradizionali, quelli che hanno dato vita al marchio “Costa dei trabocchi”. Non potrà più chiamarsi Costa dei trabocchi quando, in un futuro molto vicino a noi, la maggior parte dei trabocchi sarà sostituita dai ristotrabocchi, che non sono, ripetiamo, trabocchi. È evidente che la messa in atto di questa metamorfosi, legittimata da una legislazione regionale che ha voluto favorire uno sparuto gruppetto di operatori della ristorazione, a svantaggio anche degli operatori della terraferma, ci lascerà un marchio svilito e - cosa ancor più grave - un paesaggio del tutto degradato, incapace di rappresentare in modo genuino e verace il suo territorio di riferimento e di attirare l’attenzione dei viaggiatori. Insomma, una costa sempre più povera e degradata».
I sei sodalizi tirano in ballo anche il problema della sicurezza, trattandosi di «strutture costruite in maniera empirica e con materiali diversificati (ferro e legno), su basi instabili, tra l’altro sottoposte dall’acqua marina a un processo di accelerazione del degrado, e soggette alle sollecitazioni talora spaventose dei marosi. Dobbiamo riflettere sul concetto della pubblica incolumità: ce lo ricordano in ogni momento le tragedie che hanno sempre come causa la volontà del profitto a tutti i costi che sfida le leggi della natura, cioè della fisica», concludono.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

