«No al posto fisso in banca per Maradona e la Juve»

Il giornalista teatino Franco Zappacosta racconta la sua carriera a Tuttosport Ma il grande amore resta il Chieti di Tom Rosati: che emozione quelle partite
CHIETI . «Dopo la pensione, ho deciso di tornare a vivere a Chieti. A distanza di circa trent’anni, l’ho trovata praticamente uguale e non so se questo può rappresentare un fatto positivo oppure no». Difficile dirlo. Difficile, in ogni caso, intrattenere Franco Zappacosta , innamorato della propria città, su quanto sta portando la stessa ad attraversare un periodo davvero difficile.
LA PRIMA FIRMA. Ed allora, con un giornalista che a Torino ha lasciato il lavoro da caporedattore centrale di Tuttosport, meglio lasciar da parte rigorose analisi dell’attuale situazione per cedere subito alla passione attraverso una storia scandita anche da qualche scelta sbagliata e poi brillantemente corretta in corsa. «Cominciamo dalle scuole superiori. Mi sono iscritto al liceo scientifico Masci sulla scia di mio fratello maggiore comprendendo però immediatamente che, con la matematica, me la sarei vista davvero brutta. Una sofferenza terribile alleviata dalla benevolenza di diversi professori e dal fatto che mi tuffai con determinazione nel mondo del giornalismo come collaboratore della locale redazione de Il Tempo. Ricordo il primo articolo, relativo all’abbattimento dello splendido Palazzo Lepri al cui posto fu edificato il palazzo ex Upim, e ricordo anche la delusione nel vedere storpiata la mia prima firma in un “Franco Zappalacosta”».
TACCUINO A BORDO CAMPO. «Intanto, ero completamente coinvolto nelle vicende della squadra di calcio. Di quel Chieti che, nella stagione ’63-’64, con Tom Rosati in panchina, arrivò molto vicino alla promozione in serie B. Non avevo ancora 17 anni e seguire da cronista quell’avvincente campionato, in un clima di totale partecipazione cittadina attorno al campo della Civitella, è stato per me qualcosa di particolare. La promozione sfumò all’ultima giornata ma fu fatale, in primavera, la partita persa in casa con L’Aquila cui seguì una invasione di campo stigmatizzata, sul versante ospite, da un altro giovane cronista, di qualche anno più grande di me, che si chiama Bruno Vespa e che, al tempo, già mostrava decisamente un altro passo. Dopo la maturità, non contento delle peripezie tra formule e numeri, l’iscrizione alla facoltà di Economia e commercio con risultati non proprio esaltanti e, comunque, non in linea con la mia grande passione. Ovvero “il giornale”. La vita di redazione mi affascinava, conservo ancora il tesserino da vicecorrispondente, e cambiai finalmente rotta negli studi iscrivendomi alla facoltà di Lettere». Era ora.
IL POSTO IN BANCA. Ma la vita del collaboratore è da sempre sofferta quanto incerta ed i versi di Antonello Venditti con quel “ti sei salvato, o sei entrato in banca pure tu” avevano già insidiato Franco, assunto nella filiale teatina del Banco di Napoli. «Il direttore, saputo che collaboravo con un giornale, mi chiamò per dirmi che, visto che ero sicuramente in possesso di una buona fantasia, mi vedeva bene all’ufficio fidi. Dove sono rimasto per undici anni, sempre continuando a scrivere. All’uscita dalla banca e nei giorni festivi». Ci vuole un’altra svolta. Che si concretizza in una lettera di assunzione firmata da Gianni Letta, allora direttore de Il Tempo. Giornalista a tempo pieno e conseguenti dimissioni dalla banca. «Nella quale, comunque, mi ero anche trovato abbastanza bene. Ma tutto, al giornale, mi sembrava diverso e lo diventò ancor di più, due anni dopo, con la proposta di trasferirmi a Torino, nella redazione di Tuttosport. Una redazione piccola ma già animata da grandi giornalisti come Gian Paolo Ormezzano, Vladimiro Caminiti, Roberto Beccantini e Maurizio Crosetti. Nessuna incertezza. Ero lì. Davanti al direttore Piero Dardanello, grande tifoso granata, pronto a trasferire la famiglia e a sostenere gli incalzanti ritmi di lavoro riservati ai nuovi assunti». Tra Juve, Toro e Maradona. Con un indimenticabile debutto nel ruolo di inviato. «Questo fine settimana, mi fu detto, puoi magari tornare a casa e, con l’occasione, ti “vai a fare” un Pescara-Parma. L’inizio di tante belle esperienze. Per una stagione ho seguito, anche all’estero, il Napoli di Maradona. Un personaggio strepitoso per noi giornalisti. Mai scontato, spesso polemico, sempre disponibile. Ad ogni intervista diceva puntualmente qualcosa di particolare. Ricordo bene, tra allenatori e giocatori di Juventus e Torino, il buon rapporto con Fascetti, Cravero, Trapattoni e Tacconi, ma i derby più accesi sono stati quelli, nell’anno trascorso alla redazione di Roma, tra i giallorossi di Mazzone e la Lazio guidata da Zeman».
UNA BELLA CARRIERA. Ed arriva anche il giorno della pensione e delle targhe ricordo in una Torino ormai nel cuore di Franco Zappacosta. La giuria del Prisco. I vecchi legami sono però sempre forti e si torna a casa. Per scrivere due libri ed entrare a far parte della giuria del prestigioso Premio Prisco. «Nel primo libro racconto proprio le emozioni suscitate, tanti anni fa, dai neroverdi di Tom Rosati mentre il secondo è dedicato alla figura di Ezio Volpi. Un bravo allenatore, una persona perbene che non ha mai avuto i riconoscimenti che avrebbe meritato. La giuria del Prisco? Un incarico che mi lusinga, con un presidente come il grande Sergio Zavoli e tanti illustri colleghi. Comunque, ogni anno, il Prisco rappresenta per Chieti un’occasione davvero positiva di visibilità. Ed è questa la cosa più importante».

