Oliveti, cinquemila ettari abbandonati in Abruzzo

11 Giugno 2023

CASOLI. L’olivicoltura delle regioni appenniniche italiane può contribuire al rilancio della produzione nazionale attraverso il ritorno alla piena efficienza produttiva di almeno 25.000 ettari di...

CASOLI. L’olivicoltura delle regioni appenniniche italiane può contribuire al rilancio della produzione nazionale attraverso il ritorno alla piena efficienza produttiva di almeno 25.000 ettari di oliveti attualmente in condizioni di totale abbandono o con una gestione non ottimale, presenti nelle regioni dell’Italia centrale. Solo in Abruzzo sono stati stimati 5.000 ettari di oliveti che potrebbero essere oggetto di un piano di ristrutturazione e di riconversione tale da aumentare la produzione media annuale del 40% nel giro di 5 anni. Sono queste le riflessioni emerse durante il convegno che si è svolto a Casoli, dedicato al tema della competitività e resilienza dei sistemi olivicoli tradizionali dell’Appennino, organizzato dall’Accademia nazionale dell’olivo e dell’olio. Il convegno è stato l’occasione per una ricognizione sullo stato e sulle prospettive della filiera olivicolo-olearia italiana, che continua a perdere terreno nei confronti dei competitori a livello internazionale.
Ha affrontato le problematiche tecniche, agronomiche e commerciali dei sistemi olivicoli caratterizzati da spinta frammentazione fondiaria, da localizzazione prevalente in aree diverse dalla pianura irrigua, da un elevato valore paesaggistico ed ambientale e composti prevalentemente da varietà autoctone. Negli anni ‘70 l’Italia era il primo Paese produttore al mondo. Gli ultimi dati disponibili del 2022 dicono che l’Italia occupa la terza posizione all’interno dell’Unione europea come produttore di olio d’oliva, 240.000 tonnellate, preceduto quest’anno dalla Grecia con 330.000 tonnellate e dalla Spagna con 680.000. Il tasso di autoapprovvigionamento dell’Italia nel 2022 ha raggiunto il minimo storico: la produzione nazionale ha coperto appena il 48,2% del consumo. Oltre a puntare sulla riconversione e ristrutturazione degli impianti è necessario favorire la meccanizzazione, l’incremento delle dimensioni delle aziende olivicole, la razionalizzazione delle operazioni colturali, il miglioramento della qualità e la valorizzazione del prodotto, anche puntando sulle varietà tipiche dei diversi areali olivicoli italiani.
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