«Operai minacciati e costretti a firmare dimissioni in bianco»

I giudici annullano l’assoluzione di Paolo Candeloro, ex assessore comunale e imprenditore edile: il processo per estorsione ora arriva davanti alla Corte d’appello di Perugia per un nuovo giudizio
CHIETI. Una storia a metà strada tra caporalato e moderno schiavismo, che vede coinvolto come imputato l’ex assessore comunale di Torrevecchia Teatina ed imprenditore edile Paolo Candeloro, è finita al centro di una sentenza della Cassazione. È tutto da rifare, infatti, il processo nei confronti dell’ex politico, 66 anni, scagionato in appello – insieme a un altro imprenditore, Antonio Romano, 59 anni di Afragola (Napoli) – dall’accusa di estorsione continuata ai danni di tre operai italiani ai quali con minaccia era stato fatto firmare il foglio di dimissioni in bianco per farli «sottostare alle condizioni di lavoro loro imposte per la prestazione d’opera, anche in orario notturno e di sabato e di domenica, senza che tale attività fosse retribuita». I fatti si sono svolti a San Giovanni Teatino fino a metà dicembre del 2011.
Ad annullare l’assoluzione dei due imputati sono stati i giudici della seconda sezione della Suprema corte, che hanno ritenuto la sentenza di secondo grado connotata da molte «anomalie» dopo che, davanti al Tribunale di Chieti, Candeloro e Romano erano stati condannati a sei anni di reclusione. Tra le «anomalie» rilevate dalla Cassazione, anche il fatto di considerare, da parte dei togati di merito, meno gravi le dimissioni in bianco «estorte» a lavoratori con contratto interinale.
A presentare ricorso alla Suprema corte sono stati il procuratore generale della Corte d’appello dell’Aquila e l’avvocato dei tre operai costituitisi parte civile che hanno fatto presente le incongruenze dell’assoluzione con motivazioni mirate a «indebolire» le testimonianze rese dai lavoratori vessati e da chi ha condotto le indagini. Ad avviso della Cassazione – il verdetto è firmato dal consigliere Alfredo Mantovano, ex politico tornato alla toga – «il confronto tra i motivi proposti dalle parti civili, fatti propri dal Pg, e la pronuncia della Corte aquilana fa emergere la carenza in essa di una motivazione puntuale ed adeguata, che fornisca una razionale giustificazione» a supporto della decisione di assolvere. «Altrettanto illogico», rilevano gli ermellini, «è sostenere, come ha fatto la sentenza di assoluzione, dando per accertato che le prestazioni di lavoro fossero state effettuate in forza di un contratto di somministrazione di lavoro a tempo determinato, che il carattere interinale del rapporto di lavoro avrebbe ridotto la portata di dichiarazioni di dimissioni in bianco».
«Premesso che più di un contratto concluso con le dimissioni era a tempo indeterminato», proseguono i giudici, «e che in ipotesi di somministrazione di lavoro a tempo determinato la stessa Corte dell’Aquila non ha escluso di principio la sussistenza dell’estorsione, correttamente i ricorsi» del Pg e delle parti civili «fanno presente che il danno arrecato ai lavoratori vi era stato egualmente». «Sempre al fine di indebolire le testimonianze rese, i giudici di appello», sottolinea ancora la Cassazione, «hanno operato un confronto tra il contenuto delle denunce e poi delle persone offese e il contenuto dei ricorsi da loro proposti al giudice del lavoro, riscontrando come in questi mancassero le rivendicazioni salariali avanzate con le prime, e come l’indicazione al giudice del lavoro di aver percepito una retribuzione media mensile di 1.200 euro fosse incompatibile con la dichiarazione resa nel giudizio penale, secondo cui la paga oraria era stata di 6-7 euro». Ma la documentazione acquisita in primo grado, sottolinea invece la Suprema corte, «fa constatare che la rivendicazione al giudice del lavoro non si è posta in contrasto con quanto riferito nel presente giudizio penale, mentre la considerazione delle ore di lavoro» che i tre operai «hanno asserito di aver prestato, e la loro moltiplicazione per 6-7 euro all'ora e per i giorni lavorativi in un mese non hanno fatto registrare incoerenze con la paga mensile di 1.200 euro». Ora i due imprenditori tornano sul banco degli imputati. Stavolta davanti alla Corte d’appello di Perugia.

