Operai morti nell’esplosione Il pm: «In 10 vanno processati»

I vertici della Sabino, il direttore dello stabilimento e i responsabili della sicurezza davanti al giudice: sono accusati di omicidio plurimo colposo aggravato. Il 14 settembre si decide sul rinvio a giudizio
CASALBORDINO. In dieci rischiano di finire sotto processo per i tre operai morti nell’esplosione alla Sabino di Casalbordino. Il procuratore Giampiero Di Florio, prima di lasciare Vasto e trasferirsi a Chieti, ha firmato la richiesta di rinvio a giudizio nell’ambito dell’inchiesta sulla tragedia avvenuta il 21 dicembre 2020 nella fabbrica di esplosivi e costata la vita a Carlo Spinelli, 54 anni di Casalbordino, e ai 45enni Paolo Pepe, di Pollutri, e Nicola Colameo, di Guilmi. Gli imputati sono accusati di omicidio colposo plurimo aggravato, perché «commesso con la violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro», e disastro colposo. L’udienza preliminare, davanti al giudice Anna Rosa Capuozzo, è stata fissata al prossimo 14 settembre.
I NOMI
Gli imputati sono Gianluca Salvatore, 53 anni di Lanciano, residente a Pescara, legale rappresentante e presidente del consiglio di amministrazione della Esplodenti Sabino spa; Sabino Salvatore, 54 anni, nativo di Pescara e residente a Vasto, amministratore delegato; i consiglieri del cda Massimo, Gabriella e Marco Salvatore, rispettivamente di 53, 89 e 48 anni, tutti residenti a Lanciano; Giustiniano Tiberio, 43 anni di Casalbordino, direttore dello stabilimento; Stefano Stivaletta, 37 anni di Vasto, responsabile del servizio di protezione e prevenzione; Paolo Iocco, 51 anni di Casalbordino, rappresentante dei lavoratori per la sicurezza; e Carlo Piscopo, 55 anni, anche lui di Casalbordino, capo reparto. La Esplodenti Sabino è imputata per responsabilità amministrativa.
L’INCIDENTE
In nove sono accusati di aver provocato il decesso dei tre dipendenti per «colpa generica, consistita in negligenza, imprudenza e imperizia, e colpa specifica», dovuta alla violazione di 15 norme antinfortunistiche. Quel maledetto pomeriggio, la lavorazione era stata resa «altamente pericolosa» perché nel forno statico erano confluiti troppi materiali, peraltro diversi tra loro, tra cui polvere pirica, miscela incendiaria gelatinosa, legna impregnata di composto esplosivo, razzi di segnalazione e dotazioni nautiche. All’improvviso, mentre Colameo procedeva alla distruzione di questi prodotti, si è generata una fiammata di circa un metro, «con proiezione di lapilli, che ha provocato l’innesco immediato del materiale presente». La conseguenza è stata un’esplosione che ha dato origine «a un forte boato e alla formazione di una nube di fumo simile a un fugo con una lingua di fuoco al centro». La deflagrazione ha investito i tre lavoratori, che si trovavano a distanza ravvicinata e sono morti all’istante.
LE ACCUSE
Tra le violazioni delle norme antinfortunistiche, c’è quella di aver «omesso di provvedere alla valutazione di tutti i rischi per la sicurezza e la salute durante l’attività lavorativa, non indicando le misure di prevenzione e di protezione, né attuando il programma delle misure ritenute opportune per garantire il miglioramento nel tempo dei livelli di sicurezza». Non solo: i nove imputati non hanno provveduto a far realizzare «opere volte ad evitare che gli impianti, le macchine e i meccanismi in genere potessero, nel loro uso, dar luogo a riscaldamenti pericolosi o scintille». E ancora: hanno consentito che nel locale in cui si trovava il forno fosse impiegato «personale privo di formazione specifica e di idoneo addestramento, adeguato all’incarico ricevuto, pur essendo tutti a conoscenza del relativo pericolo». Inoltre sono stati omessi «interventi di controllo straordinari al fine di garantire il mantenimento di buone condizioni di sicurezza». L’accusa di disastro colposo è legata alla distruzione delle infrastrutture dello stallo numero 80 che ospitava il forno statico, «con particolare riguardo ai blocchi di cemento che costituivano il muro perimetrale, al basamento della scala e al canale di carico della bocca del forno». Dalla «devastante esplosione» è derivato anche «un pericolo per la pubblica incolumità». L’inchiesta è stata condotta dai carabinieri del nucleo operativo e radiomobile della compagnia di Ortona.
GLI AVVOCATI
I familiari delle vittime sono assistiti dagli avvocati Alessandro e Marco Perrucci, Pompeo Del Re, Maria Assunta Pomponio, Agostino Chieffo e Fiorenzo Cieri: sono 20 i “prossimi congiunti” delle vittime – fra genitori, mogli, figli, fratelli e sorelle – che potranno costituirsi parte civile. Gli imputati, invece, sono difesi dagli avvocati Augusto La Morgia, Alessandra Cappa, Marco Spagnuolo, Arnaldo e Francesco Tascione, Nicola Di Domenica, Stefano Vitale e Antonio Gatta.

