Otto assalti armati in fotocopia: l’ombra del crimine organizzato

Da Arezzo a Brescia, da Catanzaro a Siena: una lunga scia di raid identici a quello di giovedì scorso L’ipotesi è che ci sia un’unica regia. I banditi sempre in azione con una ruspa per arrivare ai caveau
CHIETI. C’è l’ombra della criminalità organizzata pugliese dietro l’assalto da 6 milioni di euro all’istituto di vigilanza Sicuritalia-Ivri di San Giovanni Teatino. Sono almeno otto i colpi-fotocopia ai caveau avvenuti, negli ultimi anni, prima della rapina da film di giovedì scorso con spari in strada, macchine e Tir dati alle fiamme per intralciare le forze dell’ordine, automobilisti rapinati mentre tornavano a casa dopo una giornata di lavoro o la spesa fatta al supermercato. E il numero crescerebbe a dismisura se si aggiungessero anche gli agguati ai furgoni portavalori, altra specialità in cui la criminalità foggiana, più nel dettaglio quella di Cerignola, è leader indiscussa. La regia, come documentato dalle indagini di più procure, è unica, mentre i componenti dei gruppi di fuoco risultano «interscambiabili», a seconda degli obiettivi e del fatto se, al momento di entrare in azione, siano o meno a piede libero. Hanno colpito in tutta Italia e persino all’estero, nello specifico in Svizzera, a Chiasso, dove nel 2018 sono stati fermati poco prima di mettere le mani su un bottino da 50 milioni di euro, roba che sarebbe passata alla storia.
«SIAMO DEGLI ARTISTI»
Gli «artisti»: si definiscono così in alcune delle conversazioni registrate dalla Direzione distrettuale antimafia che ha stilato quasi un “protocollo assalti”. Perché le modalità paramilitari sono sempre le stesse. Chirurgici e veloci, molto spesso concludono le loro azioni senza spargere sangue e portandosi a casa veri e propri tesori in pochi minuti. Come, d’altronde, è successo la scorsa settimana, quando hanno buttato giù una parete della sede dell’Ivri utilizzando una grossa ruspa.
LA LUNGA SCIA DI COLPI
Guardano anche alle analogie con colpi avvenuti nel passato più o meno recente, dunque, le indagini condotte dalla squadra mobile di Chieti per dare un volto agli almeno venti componenti della gang che ha messo a ferro e fuoco San Giovanni Teatino, poco prima delle nove di una sera di primavera. La scia degli assalti ai caveau, si diceva, è lunga. Parte dal 2011, quando una banda isolò l’intero abitato di Poggio Bagnoli, nell’Aretino, con auto e macchinari rubati per portare via un quintale e mezzo d’oro, perdendone qualche chilo durante la fuga, dall’azienda orafa Salp. La fabbrica venne letteralmente distrutta dal lavoro di una ruspa per arrivare al caveau che custodiva quel tesoro da 3,5 milioni di euro. Stesso modus operandi per due raid nel 2014: il primo, da 6 milioni di euro, andato a segno in un istituto di vigilanza di Bitonto (per questo episodio è stato condannato in via definitiva un cerignolano); l’altro fallito a Foggia. L’anno successivo, dopo un’intensa sparatoria con i carabinieri, una banda che aveva già demolito il palazzo di un istituto di sicurezza di Quinto Vercellese si diede alla fuga lasciando sul posto quasi 20 milioni di euro. Così come accadde nel 2016 a Colle Val d’Elsa, in provincia di Siena, con 12 milioni.
rapina DA 8,5 MILIONI
Il 4 dicembre dello stesso anno, invece, i cerignolani entrarono in azione in provincia di Catanzaro per svaligiare la cassaforte della società Sicurtransport: undici minuti per bloccare le vie di fuga, aprire il caveau con una ruspa dotata di martello pneumatico, rubare 8,5 milioni di euro e fuggire tra le campagne. «Un’azione militare pianificata in ogni dettaglio», la definì il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri nel giorno degli arresti della banda che colpì alle 22 con tute mimetiche e passamontagna, in mano armi pesanti e inibitori di frequenze. Nel 2018, un commando sempre di Cerignola, dopo ore di appostamenti nei boschi svizzeri, era pronto ad abbattere un muro del caveau di una società di trasporto di preziosi a Chiasso per tornarsene in Puglia con 50 milioni di euro in tasca. Il bottino se lo sarebbero spartiti in dieci, dopo mesi di sopralluoghi, preparazione del colpo con auto rubate e già posizionate lungo la strada del ritorno e un marchingegno, il jammer, costato 40mila euro, che consente di disattivare i sistemi di allarme e di disturbare le frequenze di comunicazione. Ma la polizia era sulle loro tracce ed è entrata in azione poco prima del loro blitz svizzero, facendo sfumare quel colpo che – se lo ripetevano mentre erano intercettati – sarebbe stato alla Ocean’s Eleven.
L’ULTIMO RAID
L’ultimo colpo prima di giovedì, risale a pochi giorni prima, al 12 marzo per la precisione. Il Servizio centrale operativo della polizia e i carabinieri del Ros hanno sventato un assalto da 80 milioni di euro al deposito di denaro dell’istituto di vigilanza Mondialpol di Calcinato, in provincia di Brescia: in 31, per la stragrande maggioranza di Cerignola, sono finiti in manette. Era tutto pronto per la rapina del secolo. Le comunicazioni, frenetiche, al telefono e via radio. Le istruzioni da impartire fino all’ultimo minuto, i dettagli della sequenza da ripassare, affinché nessuno commettesse errori.
«NOI, COME PUTIN»
Nei dintorni dell’istituto di vigilanza, stando all’indagine durata cinque mesi, la notte precedente erano già stati piazzati alcuni dei 26 mezzi per cinturare il caveau e isolare l’intero quartiere. Il gruppo di fuoco vero e proprio sarebbe stato composto da 14 malviventi, insieme a 5 complici pronti a coprirli con fucili, mitra e pistole. «Usiamo le armi come Putin», dicevano, addirittura, intercettati, mentre affinavano strategie e arsenale. Li hanno fermati prima.

