Palazzo 900 da demolire: c’è il commissario

Il Comune è inadempiente. Il prefetto incarica la Calabrese: entro 60 giorni l’edificio va abbattuto
LANCIANO. È un decreto del prefetto Antonio Corona a mettere la parola fine -almeno al momento sembra così- dopo diciassette anni alla vicenda di Palazzo 900, l’elegante immobile di via De Titta che diverse sentenze di Tar e Consiglio di Stato hanno dichiarato abusivo. È datato 15 novembre il decreto con cui il prefetto di Chieti ha nominato Domenica Calabrese, viceprefetto vicario, come commissario ad acta per procedere, entro 60 giorni, alla demolizione dello stabile costuito a fine anni ’90 (la prima sentenza risale al 1999).
Ad essa avrebbe dovuto provvedere l’amministrazione comunale dopo la sentenza sfavorevole del Tar, depositata lo scorso 16 maggio. Ma il Comune ha lasciato trascorrere il termine di 90 giorni senza provvedere all’abbattimento della palazzina. Nel frattempo ha presentato ricorso in appello al Consiglio di Stato, affiancando al legale comunale Giovanni Carlini un esperto in materia urbanistica e amministrativa, l’avvocato Vincenzo Antonucci. In attesa dell’ennesimo pronunciamento del Consiglio di Stato su questa annosa vicenda, è arrivata la nomina del commissario ad acta. Quella del Comune è una corsa contro il tempo per salvare l’immobile, nel frattempo acquisito al patrimonio pubblico e destinato ad ospitare uffici comunali.
Ma l’ultimo pronunciamento del Tar sembra lasciare poche speranze all’amministrazione guidata dal sindaco Mario Pupillo. Nella sentenza i giudici amministrativi hanno ribadito che l’interesse del ricorrente, l’avvocato Pietro Salvatore che confina con il palazzo abusivo, «è tutelato solo dalla demolizione dello stabile». Neanche le motivazioni addotte dal Comune per giustificare il «prevalente interesse pubblico», ovvero il risparmio dei costi della demolizione, stimati in circa 300mila euro e dei costi di locazione, stimati in 85mila euro annui, convince più i giudici: la norma (articolo 31, comma 5 del Testo unico in materia edilizia) «non può applicarsi nel caso in cui la scelta di non demolire contrasti con la posizione di un privato, accertata in giudizio con numerose sentenze passate in giudicato, rese nell’arco di circa 13 anni. Il Comune», concludono i giudici, «non conserva più alcuna discrezionalità amministrativa, dovendo necessariamente provvedere alla demolizione del manufatto abusivo». Ma l’amministrazione Pupillo non si arrende.
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