Palazzo Novecento salvato dai giudici

La costruzione non sarà demolita: questione chiusa dopo 18 anni
LANCIANO. Non sarà demolito Palazzo Novecento, lo stabile abusivo al centro di una complicatissima vicenda giudiziaria iniziata negli anni ’90. Lo ha deciso la sesta sezione del Consiglio di Stato riunita a Roma che ha accolto il ricorso del Comune di Lanciano riguardo l’ultimo obbligo imposto dal Tar di Pescara nel 2016 di demolire il palazzo costruito alla fine degli anni Novanta senza abbattere due ville fatiscenti così come previsto dal piano regolatore del 1985. I ricorsi sono stati presentati negli anni dai proprietari delle due ville. La sentenza arriva 18 anni dopo dal primo pronunciamento del tribunale amministrativo e chiude definitivamente una questione che si trascina dietro innumerevoli ricorsi, l’amarezza delle parti coinvolte e i sacrifici di dieci famiglie che, pur sapendo di avere acquistato casa in una costruzione abusiva, abitavano da anni nel condominio e che sono state costrette a lasciare Palazzo Novecento nel 2012.
LA SENTENZA. Tutto gira attorno ad un appiglio burocratico e normativo. «Il Consiglio di Stato», spiega una nota del sindaco di Lanciano, Mario Pupillo, «ha riconosciuto la legittimità della delibera consiliare del 30 dicembre 2013 con cui, su proposta dell’assessore all’urbanistica, Pasquale Sasso, e dell’allora dirigente del settore, Vincenzo Di Fabio, abbiamo dichiarato con il voto della nostra maggioranza - 12 favorevoli 4 contrari e 1 astenuto - l’immobile di prevalente interesse pubblico e non in contrasto con rilevanti interessi urbanistici o ambientali, destinandolo quindi ad uffici comunali ed evitando di procedere alla demolizione». In soldoni si riconosce che l’immobile, in pieno centro cittadino, è stato costruito abusivamente, ma, con l’escamotage del “prevalente interesse pubblico” si evita di demolirlo con i soldi della comunità. A ribadirlo sono gli stessi giudici del Consiglio di Stato che fanno riferimento all’articolo 31 del Testo unico in materia edilizia. Secondo la legge «l’opera acquisita è demolita con ordinanza del dirigente o del responsabile del competente ufficio comunale a spese dei responsabili dell’abuso, salvo che con deliberazione consiliare non si dichiari l’esistenza di prevalenti interessi pubblici e sempre che l’opera non contrasti con rilevanti interessi urbanistici, ambientali o di rispetto dell’assetto idrogeologico». «In questo caso», spiega quindi la sentenza, «la norma palesemente offre una via di uscita (...) e funge da strumento di sostanziale redenzione dalla colpa (costituita dall’avvenuta edificazione non legittima), con l’unica attenuante data dal fatto che il perdono non si risolva in vantaggio del singolo, autore della colpa, bensì dell’intera collettività».
IL RISPARMIO. Eppure l’amministrazione comunale aveva già inserito, in vista di un possibile pronunciamento negativo del Consiglio di Stato, 300mila euro nel bilancio di previsione 2017. A tanto ammonta la spesa per le opere di demolizione del “pasticcio” di via De Titta. Ora quei soldi potranno essere impiegati altrove. E il vantaggio per le casse comunali è doppio. L’operazione consente infatti di destinare nell’immobile alcuni uffici pubblici comunali con un risparmio di circa 85mila euro l’anno di spesa per l’affitto. Il piano del Comune prevede di trasferire a Palazzo Novecento gli assessorati alle politiche sociali e ambientali, il segretariato sociale, gli uffici patrimonio, mobilità e traffico, l’assessorato all’istruzione e l’archivio del V settore per un totale di 45 addetti. Il piano terra della palazzina sarà invece destinato al pubblico con l’attività di front office. «L’assunzione di una precisa responsabilità politica e amministrativa, oggi riconosciuta dal Consiglio di Stato», commenta ancora Pupillo, «ha consegnato alla collettività un immobile che sarebbe stato invece destinato alla demolizione. Il manufatto è un’opera abusiva e tale rimane, la natura abusiva dell’immobile non viene sanata, ma viene riconosciuta l’esistenza di prevalenti interessi pubblici rispetto alla demolizione».
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