Pastai in lutto: addio al cavaliere Cocco

18 Novembre 2020

“Mastro” Giuseppe si è spento a 92 anni. Apprese l’arte dal padre Domenico. I suoi prodotti anche dal Papa in Vaticano

FARA SAN MARTINO. Addio al papà della pasta fatta come una volta. Si è spento a 92 anni il cavaliere Giuseppe Cocco, mastro pastaio e fondatore dell’omonima azienda artigiana di Fara San Martino. Conosciuta in tutto il mondo, la pasta Cocco è una delle poche ad essere fornita anche al Papa, in Vaticano.
Una vita interamente dedicata alla pasta quella di mastro Peppe. Fin quando ha potuto ha continuato ad andare in pastificio per controllare personalmente l’andamento della produzione, il rispetto delle regole della tradizione, il funzionamento dei macchinari. Quelle macchine utilizzate dai pastai di un tempo e a cui teneva particolarmente. Ne aveva recuperato i pezzi dalle macerie dei bombardamenti della guerra per riportarli a nuova vita e rimetterli in funzione per produrre ancora oggi la pasta di quei tempi lontani.
L’arte e la passione per questo alimento, emblema di Fara San Martino, il cavalier Cocco li aveva ereditati da suo padre Domenico, che entrò a lavorare in un pastificio nel 1916, quando aveva solo 14 anni. Malgrado la giovane età apprese velocemente tecniche e accorgimenti di cui erano custodi gli anziani mastri pastai, e che con il tempo svelò a suo figlio Giuseppe. Questi intraprese il mestiere del padre nel 1944. Fu prima pastaio allo stabilimento De Cecco e poi, nel 1989, fondò la sua azienda insieme ai figli Domenico e Lorenzo. Oggi sono loro, insieme ai nipoti del cavaliere, Giuseppe ed Elisabetta, a portare avanti la tradizione e gli insegnamenti del padre. «Mio padre ci ha lasciato la responsabilità di produrre la pasta nel rispetto dell’antica tradizione», ha sempre detto il figlio Lorenzo presentando l’azienda di famiglia, «e uno dei suoi insegnamenti è che la qualità non va d’accordo con la quantità». Una produzione artigianale limitata, che richiede tempo e pazienza.
La volontà del cavalier Cocco è sempre stata quella di produrre con i macchinari originali dei primi anni del Novecento, di fare la pasta come 60-70 anni fa, utilizzando l’acqua di sorgente e il clima asciutto e ventilato di Fara per un’essiccazione lenta e a bassa temperatura. «A tutto questo bisogna aggiungere una cosa molto importante», ricordava Giuseppe Cocco, «l’esperienza». Chi si recava in pastificio sapeva che non avrebbe trovato il cavaliere in ufficio, dietro una scrivania. “Mastro Peppe” amava stare vicino alle sue macchine. Qui dava vita a un rituale unico: la semola che incontra l’acqua purissima di sorgente, la sfoglia accompagnata attraverso le trafile in bronzo, la pasta che prende forma ma ha ancora bisogno di “cura”, di riposare per esaltare la sua qualità, le sue proprietà nutritive. Esperienza e capacità di cui Giuseppe Cocco aveva fatto un’arte. Fara e i suoi pastifici perdono un pezzo di storia.
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