Paziente 70enne muore in ospedale La Asl paga 602mila euro ai parenti

I giudici: «I sanitari responsabili del decesso: diagnosi tardiva e intervento chirurgico intempestivo» Un’ecografia avrebbe potuto salvare la vita alla vittima, affetta da aneurisma dell’aorta addominale
CHIETI. Una semplice ecografia avrebbe potuto salvargli la vita. Ma, recita la sentenza, «la condotta omissiva tenuta dai sanitari dell’ospedale di Chieti e la tardiva diagnosi di aneurisma dell’aorta addominale, che ha determinato un intervento chirurgico intempestivo, hanno causato la morte del paziente: se correttamente “gestito”, l’uomo avrebbe potuto superare l’operazione o comunque avrebbe potuto sopravvivere più a lungo». Ecco perché la Corte d’appello dell’Aquila, ribaltando il pronunciamento di primo grado, ha condannato la Asl Lanciano Vasto Chieti a risarcire i parenti del settantenne deceduto il 5 febbraio 2011, ovvero due figli e cinque nipoti, con oltre 602.000 euro, ai quali vanno aggiunti la rivalutazione, gli interessi legali e spese di giudizio per 31.000 euro.
I familiari, assistiti dall’avvocato Monica D’Amico, a distanza di oltre 13 anni dalla tragedia, hanno dunque vinto la loro battaglia legale, dopo che una sentenza aveva già dato ragione alla moglie della vittima (anche lei risarcita).
I giudici aquilani (presidente Silvia Rita Fabrizio, consigliere Francesco Salvatore Filocamo, ausiliario relatore Maria Luisa Martini) hanno condiviso le conclusioni dei consulenti tecnici d’ufficio, «che hanno messo in risalto una serie di criticità nell’operato dei sanitari: “inappropriato esame obiettivo”, “è mancata anche una banale palpazione addominale che, in un paziente in sovrappeso, avrebbe permesso l’individuazione di un aneurisma che, se trattato adeguatamente e di conseguenza, avrebbe avuto senza dubbio ben altre possibilità salvifiche”». Gli esperti hanno testualmente segnalato: «Si è di fatto concretizzato un inescusabile ritardo diagnostico. Non vi fu una corretta gestione del paziente da parte dei sanitari. Una più attenta osservazione del quadro clinico e una tempestiva esecuzione di un semplice esame ecografico dell’addome avrebbero potuto orientare verso un corretto e più approfondito iter diagnostico, individuando la possibile causa del dolore da iniziale rottura di aneurisma dell’aorta addominale in tempi utili per intervenire così in modo efficace e tempestivo». La conclusione non lascia spazio a interpretazioni: «La condotta dei sanitari della Asl teatina che si sono succeduti nella cura del paziente evoca precisi profili di responsabilità professionale, in termini di ritardo diagnostico e conseguente ritardo terapeutico chirurgico».
Responsabilità dei sanitari che non è stata mai messa in discussione neppure dal tribunale civile di Chieti. I giudici di primo grado, però, avevano respinto la richiesta di risarcimento ritenendo che i parenti non avessero dimostrato «fondamentali e radicali cambiamenti dello stile di vita» dovuti alla morte del loro congiunto. Secondo la Corte d’appello, invece, «ogni significativa lesione (tanto più se definitiva e radicale) del rapporto parentale compromette i diritti inviolabili della famiglia alla serenità e integrità dei rapporti tra i suoi componenti e le conseguenze pregiudizievoli di simile compromissione, anche di natura non patrimoniale, devono essere risarcite».
E ancora: «La giurisprudenza di legittimità è concorde nel sostenere che il danno subito dai congiunti della vittima non è limitato al solo sconvolgimento delle loro abitudini di vita, potendo anche consistere in un patimento d’animo o in una perdita vera e propria di salute: tali pregiudizi possono essere dimostrati a mezzo di presunzioni semplici e massime di comune esperienza».
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