Perdono la causa: alla Asl 340mila euro

Ortona. Otto fratelli citano in giudizio l’azienda sanitaria per quel decesso: ora devono risarcirla. Scattano i pignoramenti
ORTONA. Otto fratelli condannati al risarcimento record di oltre 340 mila euro nei confronti della Asl. Perdono la madre in seguito di un’emorragia avvenuta nell’ospedale di Chieti e, ritenendosi vittime di un caso di malasanità, iniziano una battaglia legale per ottenere giustizia. Ma il giudice ha deciso diversamente dalle loro atese.
IL RICOVERO. La signora M.A. viene ricoverata per la prima volta al policlinico di Chieti dove le è diagnosticata la “Sindrome di “Tako-Tsubo” (sindrome che simula l'infarto). Nel corso del ricovero, per rendere più agevole la somministrazione dei farmaci, i medici decidono di metterle un catetere e, stando a quanto riferito dall’avvocato Daniele Abenavoli, legale della famiglia, sembrerebbe che questa operazione non sia riuscita provocando una emorragia fortemente debilitante. La perdita di oltre due litri di sangue in meno di 48 ore, rappresenterebbe, a giudizio del legale, la causa del decesso di M. A. avvenuto poco dopo: «La paziente è deceduta per infarto pancolico, le è andato in necrosi più di un metro di intestino», afferma Abenavoli, «l’organismo quando c’è meno sangue in circolo dirotta il sangue che c’è verso gli organi nobili (cuore e cervello, ndc) sottraendolo all’intestino».
LA VICENDA GIUDIZIARIA. I figli di M. A. citano in giudizio civile la Asl Chieti-Lanciano-Vasto che chiama in causa ben 15 soggetti: 13 medici e 2 assicurazioni. Il giudice non solo ha rigettato la domanda risarcitoria ma ha condannato la famiglia a pagare le spese legali dell’Asl stessa e dei terzi chiamati per un totale di ben 340mila euro. La sentenza del giudice sarebbe stata emessa sulla scorta di una consulenza tecnica di ufficio, redatta a quattro mani (ossia dal consulente tecnico e da un ausiliario) ed è proprio sul ruolo di quest’ultimo che la famiglia solleva perplessità poiché, precedentemente, non aveva accettato la nomina.
IL COMMENTO DEL LEGALE. «Ciò che lascia perplessi in questa vicenda», commenta l’avvocato Abenavoli, «è che i privati siano stati chiamati a rifondere le spese legali dei terzi chiamati che, invece, sarebbero dovute essere poste a carico dell’Asl o compensate fra le parti». Il giudice, infatti, nella sentenza riconosce la parziale legittimità della chiamata dei terzi giungendo però a conclusioni diverse. «Condannare otto fratelli a pagare 340mila euro di spese legali per il solo fatto di aver fatto causa a una Asl vuole infliggere un colpo gravissimo al diritto costituzionale di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi», continua l’avvocato Abenavoli.
LA PROSSIMA UDIENZA. Si terrà il 27 giugno prossimo. In quella sede la famiglia di M.A. chiederà la sospensiva dell’esecutività della sentenza di primo grado per scongiurare il rischio che gli otto fratelli vadano incontro a pignoramenti mobiliari e immobiliari. Tre di loro, peraltro, hanno visto già pignorato lo stipendio. «Siamo stati bastonati crudelmente con cifre che non possiamo permetterci di pagare», afferma una delle figlie di M. A., «i nostri stipendi sono già gravati da mutui e rischiamo di perdere le abitazioni in cui viviamo», conclude.
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