Pipì negata all’operaio, Sevel condannata

24 Settembre 2019

Il tribunale quantifica il danno in 5mila euro: «Lesi gravemente la dignità, l’onore e la reputazione del dipendente»

CHIETI. Il tribunale di Lanciano ha condannato la Sevel a risarcire l’operaio costretto a urinarsi addosso dopo che gli era stata negata l’autorizzazione ad andare in bagno. Il giudice Cristina Di Stefano ha quantificato il danno «non patrimoniale» in 5mila euro per l’episodio avvenuto il 7 febbraio del 2017. «Dagli elementi probatori raccolti», è il passaggio-chiave della sentenza, «è possibile affermare che il datore di lavoro ha arrecato grave e concreto pregiudizio alla dignità del lavoratore nel luogo di lavoro, al suo onore e alla sua reputazione, indubbiamente derivante dall’imbarazzo di essere osservato dai colleghi di lavoro con i pantaloni bagnati per essersi minzionato addosso». L’azienda dovrà pagare anche le spese legali. A favore del dipendente, difeso dall’avvocato Diego Bracciale, hanno testimoniato anche numerosi colleghi. Durante la battaglia legale, l’operaio ha sottolineato che, a seguito del fatto, «ha accusato uno stato ansioso e depressivo per il quale è tuttora in cura e che pregiudica notevolmente il suo stile di vita».
«È possibile concludere», si legge ancora in sentenza, «nel senso che il datore di lavoro non ha adottato tutte le misure idonee a salvaguardare la personalità morale dei prestatori di lavoro e, nel dettaglio, non ha predisposto un sistema organizzativo che consenta, anche nel caso in cui tutti i dipendenti addetti alle sostituzioni dei lavoratori siano per le più svariate ragioni impossibilitati alla sostituzione, al lavoratore di allontanarsi dalla propria postazione lavorativa per soddisfare un bisogno primario, non controllabile, né preventivabile». Secondo il giudice, dunque, «non ha trovato riscontro processuale la diversa ricostruzione dei fatti fornita dalla società», secondo la quale il dipendente «doveva attendere solo qualche minuto prima di allontanarsi dalla postazione, dopo averne fatto richiesta».
«La sentenza ha reso giustizia al lavoratore in questione», commenta Fabio Cocco, responsabile lavoro privato dell’Usb Abruzzo, «restituendogli in parte la dignità che rimane irrimediabilmente lesa, anche per le conseguenze che la vicenda ha inevitabilmente generato a livello morale e psicologico a danno dell’operaio». Il sindacato, poi, sottolinea: «La vicenda ha avuto comprensibilmente una grande risonanza mediatica per la rara gravità del fatto e ci si augura che episodi del genere non si verifichino mai più. Un ringraziamento particolare va all’avvocato Bracciale per la sua professionalità e per la sua assistenza legale di spessore, nonché per aver preso a cuore una vicenda estremamente delicata. Un grazie anche ai colleghi di lavoro che, con il loro coraggio, hanno permesso di ricostruire i fatti in modo univoco, concordante, lineare e coerente, come ritenuto testualmente dal giudice di Lanciano».