Ponte sul Trigno. La famiglia di Domenico: «Vogliamo giustizia a tutti i costi»

Il pescatore di Bisceglie sotto le macerie da 5 mesi. Il fratello: «Quando il ponte è crollato stavo andando da lui a Ortona»
MONTENERO
«Viviamo in un eterno 2 aprile, da quel maledetto giorno non facciamo che ripetere gli stessi pensieri: vogliamo giustizia per Domenico, vogliamo la verità. Vogliamo sapere chi sono i responsabili di quel crollo, chi ha fatto i lavori e le manutenzioni. E vogliamo saperlo quanto prima, sono passati più di cinque mesi».
Non c’è tregua nel cuore della famiglia Racanati. Una moglie, due figlie, una casa in cui da aprile l’ordinarietà della vita quotidiana è stata spezzata. Oggi, in quella casa di Bisceglie, il nome del 52enne Domenico Racanati aleggia portandosi dietro gli interrogativi di un destino che pare inspiegabile: inghiottito dalle macerie del ponte del Trigno, crollato dopo i giorni di incessante maltempo che hanno funestato l’ultima primavera, il suo corpo e l’auto su cui viaggiava non sono stati mai ritrovati e le ricerche sono di là da venire – il dragaggio partirà a novembre e si concluderà a metà del prossimo anno.
LA RABBIA DEL FRATELLO
Per questo il racconto del suo fratello minore Alessandro parte dall’immagine di «una tomba su cui poterlo piangere», perché prima di soddisfare la sete di giustizia c’è il bisogno umano di una sepoltura che dia almeno dignità alla scomparsa di un padre, un marito, un fratello, un uomo amatissimo, «un ragazzone», dice Alessandro, «perno della nostra famiglia. Siamo gente che vive di casa e lavoro, brave persone che non si meritano tutto questo». La vita di Alessandro e Domenico non è segnata soltanto dalle dinamiche parentali. Sono pescatori che portano avanti una vecchia tradizione di famiglia, sulle imbarcazioni dall’età di 12 anni. Una vita in mare, sempre insieme: «Abbiamo lavorato per una vita intera in quelle acque che ci hanno insegnato», dice Alessandro al Centro, «che molto spesso esci fuori per non portare a casa nulla, qualche volta ti va bene. E soprattutto conosco la forza dell’acqua, la potenza con cui distrugge, corrode. Per questo so che di mio fratello oggi restano forse le ossa, ma ci vanno bene anche quelle. Vogliamo riportarlo a casa, avere un posto dove posare un fiore per ricordarlo. Oggi non abbiamo neppure questo né sappiamo quando sarà possibile».
Quel giorno, quando la vita di Racanati è stata risucchiata insieme alla pioggia di detriti che hanno invaso il corso del Trigno, Domenico era in viaggio verso Ortona, dove avrebbe finalmente firmato gli ultimi documenti per mettersi in proprio: «Domenico aveva appuntamento con la Capitaneria di porto per siglare la carta che gli avrebbe permesso di dare una svolta al suo lavoro. Era già deciso che il martedì dopo Pasqua avrebbe finalmente messo la sua barchetta in acqua, per conto suo, facendo base a Ortona. È una strada che abbiamo percorso centinaia di volte, anche per risparmiare qualche soldo. La sapeva a memoria». E infatti l’epilogo tragico di questa storia li vede sulla stessa traiettoria, in direzione Abruzzo, dalla loro Bisceglie. Domenico deve raggiungere Ortona. Alessandro invece parte più tardi, chiamato da un marinaio di Vasto con cui lavora spesso: «Dovevo raggiungerlo, mi aveva segnalato le piogge ed ero preoccupato per la mia imbarcazione. Sono partito. A Foggia», racconta il fratello, «mia moglie mi dice che Vanessa (la moglie di Domenico, ndr) è preoccupata perché Domenico non risponde al telefono. Non mi sono allarmato, perché il suo telefono era quasi sempre scarico. Ho chiamato subito la Capitaneria di Ortona, ma mi hanno detto che non si era presentato. Gli amici del porto non avevano notizie. Ho pensato a qualsiasi cosa, a un malore magari. Poi mi girano sul telefono la notizia che ha tolto ogni dubbio: il ponte del Trigno era crollato».
È fisiologica la frustrazione per un generale senso di abbandono, che Alessandro non nega. Alle istituzioni da cui, spiega, «ci siamo sentiti abbandonati, dimenticati», chiede di «accelerare i lavori per recuperare mio fratello, non è possibile arrivare a metà settembre sapendo che dovremo aspettare ancora così tanto. Poi si dovrà fare giustizia: vogliamo sapere chi ha curato la manutenzione e il collaudo del ponte, chi ha permesso che tutto questo accadesse».
