Pubblica un video di sesso tra bimbi e inneggia alla pedofilia: a processo

20 Aprile 2022

Un 21enne teatino è accusato di pornografia minorile, reato punito con il carcere fino a cinque anni Le indagini sono partite dopo la denuncia presentata da un ragazzo con cui era solito giocare online

CHIETI. Ha pubblicato su Whatsapp un video raccapricciante in cui tre bambini facevano sesso. E in quello stesso periodo, sempre in chat, era solito inneggiare alla pedofilia. Per questo motivo un teatino di 21 anni, all’epoca dei fatti appena maggiorenne, è finito sotto processo per pornografia minorile: ora rischia una condanna da uno a cinque anni di carcere e una multa da 2.582 a 51.645 euro. Il caso è arrivato davanti al collegio del tribunale di Chieti presieduto da Guido Campli, giudici a latere Maurizio Sacco e Giulia Colangeli. A occuparsi delle indagini è stata la squadra mobile teatina, diretta dal vice questore Miriam D’Anastasio, sotto il coordinamento del pm Guido Cocco della procura distrettuale dell’Aquila, competente per il reato contestato.
L’indagine è nata dopo la denuncia presentata da un giovane di Catania, oggi 27enne. «In quel periodo», ha raccontato in aula, ieri mattina, il diretto interessato, «giocavo spesso online e, sulla mia rubrica telefonica, avevo aggiunto il numero di cellulare di un utente con il nickname “Touschiro”. Un giorno, tra le stories di whatsapp, ovvero le immagini e i video che si cancellano dopo 24 ore, ho visto che quell’utente aveva pubblicato un filmato che ritraeva tre bambini, all’apparenza di sette o otto anni, che facevano sesso tra loro. A quel punto, attraverso un applicazione del cellulare, ho registrato il video in questione; poi, sono andato dai carabinieri per denunciare l’accaduto».
L’ispettore Nicola Di Nicola ha ripercorso le fasi dell’inchiesta. La prima a essere iscritta sul registro degli indagati è stata la madre dell’attuale imputato, essendo l’intestataria dell’utenza telefonica. Ma la donna, il giorno della perquisizione con il contestuale sequestro del cellulare, ha ammesso che quel numero era di uso esclusivo del figlio.
Lo smartphone è stato poi analizzato dall’ingegnere informatico Davide Ortolano, nominato consulente dalla procura, che – sempre ieri mattina – ha riferito di aver trovato all’interno del dispositivo una serie di chat di interesse per le indagini. In alcune di queste, infatti, l’imputato raccontava che a scuola veniva chiamato «il pedofilo» e, in un’altra conversazione, scriveva senza mezzi termini: «W la pedofilia».
Nella prossima udienza, in programma il 22 novembre, sarà ascoltato l’ultimo testimone; poi, arriverà la sentenza. L’imputato, che è comparso in aula, è assistito dall’avvocato Chiara Cerasoli.
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