Santa Maria Imbaro, morì a 18 anni sulla moto: "Fu un’auto a farlo cadere"

26 Novembre 2014

L’indagine, archiviata come fatto accidentale, riaperta con la denuncia del papà. Donna condannata a 16 mesi, pena sospesa, e alla provvisionale di 725mila euro

SANTA MARIA IMBARO. Non fu una caduta accidentale dal motorino a uccidere Marcello Varrenti, appena diciottenne, ma un’auto che gli tagliò la strada. A oltre cinque anni dalla scomparsa del giovane di Santa Maria Imbaro, a stabilirlo è una sentenza del tribunale di Lanciano che ha condannato, in primo grado, per omicidio colposo, la persona alla guida del veicolo che incrociò il destino di Marcello.

A un mese dalla discussione, il giudice Francesco Marino ha emesso la sentenza di condanna per V.T., 37 anni, a un anno e quattro mesi di reclusione, pena sospesa, a due anni di sospensione della patente e al risarcimento dei danni, quantificato in via provvisionale (in attesa del giudizio civile) in 250mila euro per ciascuno dei genitori e in 75mila euro per ognuno degli altri tre figli della coppia.

Marcello Varrenti rimase gravemente ferito nell’incidente avvenuto la sera del 21 agosto 2009 lungo la provinciale Fattore, a poche centinaia di metri da casa: stava andando a trovare la fidanzata in sella al suo ciclomotore quando, all’altezza dell’incrocio con via Sangro, fu costretto a una brusca frenata che gli fece perdere il controllo del mezzo. Cadendo battè la testa e riportò, malgrado il casco, un trauma cranico commotivo, in seguito al quale morì il 24 agosto all’ospedale di Pescara. I genitori autorizzarono la donazione degli organi. Inizialmente l’incidente fu archiviato come caduta accidentale.

Fu la querela di papà Pietro a rimettere in moto le indagini. Secondo la Procura di Lanciano - pm Rosaria Vecchi - la donna, che era in auto col marito, svoltando a sinistra non si sarebbe accertata di effettuare la manovra senza pericolo per gli altri utenti della strada, e non avrebbe dato la precedenza al ciclomotore, tagliandogli la strada e costringendolo a una frenata di 9 metri. È stata questa la prova regina del processo. L’imputata, difesa dall’avvocato Osvaldo Piccirilli, ha sempre negato ogni responsabilità, dichiarando di aver sentito solo un rumore dopo avere imboccato la strada e di essersi fermata subito a soccorrere il motociclista. La difesa si appellerà contro la sentenza, ma per la famiglia Varrenti è un primo passo verso la verità di quella tragica perdita. «È grazie alla tenacia del padre Pietro che si è arrivati al processo», sottolinea l’avvocato Alessandro Palucci, che ha assistito la famiglia.

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