Servizio mensa Asl La cucina divisa tra Chieti e Pescara

Col nuovo appalto secondi piatti preparati nella città adriatica I dipendenti: rischio caos per i cibi differenziati tra i pazienti
CHIETI. In 7 saranno licenziati, i restanti 130 lavoreranno a meno della metà delle ore rispetto al passato. A carichi di lavoro invariati. Sono momenti drammatici quelli che stanno vivendo i 137 addetti del servizio mensa e distribuzione pasti all’interno della Asl Lanciano Vasto Chieti alle prese con la nuova gara d’appalto che ha dato il servizio in mano alla ditta Dussmann insieme alla Servizi Integrati che gestisce attualmente in proroga l’incarico. «Un appalto capestro», lo definiscono i lavoratori: «Fa risparmiare la Asl, passando sopra ai dipendenti e anche alle esigenze dei malati».
Nulla da dire contro la nuova ditta, il dito del personale è invece puntato contro l’azienda sanitaria che ha dettato le regole «dimenticando i lavoratori». L’appalto è stato confezionato nel 2013, regalo d’addio dell’ex direttore generale Francesco Zavattaro, impacchettato sotto l’albero di natale dal suo successore, Pasquale Flacco.
Al Santissima Annunziata le cucine si trovano al sesto livello (nodo AB). I locali hanno le porte sbarrate ai non addetti ai lavori, ma nella tarda mattinata di ieri è stato possibile parlare con i dipendenti che smontavano dal turno del pranzo. «Ci hanno proposto di firmare il nuovo contratto ma non so chi lo ha fatto», ci dicono. Chi ha firmato pare lo abbia fatto “con riserva”. In tanti hanno deciso di seguire il consiglio sindacale di attendere. All’ospedale teatino lavora la maggior parte degli addetti al servizio. Sono una settantina e, a stare ai sindacati, nessuno di loro rischia il posto di lavoro. I licenziamenti riguarderanno altre strutture sanitarie. Quelli che restano, però, dovranno lavorare con un taglio del 65% delle ore. E questo dopo che già c’erano stati dei licenziamenti con la precedente gestione. Ma come si può continuare a garantire con meno forze e meno tempo lo stesso tipo di servizio? «Ridimensionando le cucine», rispondono i lavoratori.
Che, partendo dalla situazione teatina, svelano le linee della riorganizzazione: «L’ipotesi prospettata è che i pasti non verranno più tutti cotti all’interno dell’ospedale. A Chieti si continuerà a cuocere i primi piatti, mentre i secondi arriveranno da Pescara, dove la ditta gestisce lo stesso servizio per il Santo Spirito».
La voce di una cucina a mezzo servizio pare stia allarmando anche gli addetti ai lavori in corsia. Al Santissima Annunziata, come in tutti gli ospedali, i pasti vengono preparati in maniera differenziata da paziente a paziente. Un servizio delicato, che sinora è stato svolto con cura e attenzione. «Lavoro al nastro da cinque anni», dice una dipendente, «il mio compito era di confezionare il vitto per i circa 400 pazienti dell’ospedale e poi di assicurare il pasto ai dipendenti della Asl che, soprattutto nei giorni di rientro, il martedì e giovedì, toccano punte di 480 presenze. Ho iniziato con la Camst, ditta che gestiva il servizio in maniera eccellente. La nostra non sembrava una mensa ospedaliera ma quella di un hotel. Ci invidiavano e io ne andavo fiera. Poi il servizio è passato alla ditta Obiettivo Lavoro e poi è partita la gara ponte, vale a dire la gara che serviva per assicurare il servizio prima che arrivasse la ditta appaltatrice, e siamo passati alla Servizi Integrati che ha iniziato i licenziamenti. Noi lavoriamo già tutti part time, vale a dire, nel mio caso, 8 ore settimanali, ma adesso vogliono fare il part time del part time. Ci faranno venire in ospedale per lavorare solo 2 ore al giorno, finiremo col prendere dalle 180 alle 200 euro. Senza contare che in molti arrivano da fuori Chieti. Così finiremo per rimetterci». Le segreterie territoriali della Filcams Cgil e Uiltucs Uil, con i sindacalisti Elena Zanola ed Ernesto Magnifico, sono scese in campo proclamando lo stato di agitazione e chiedendo un incontro in Prefettura.
I sindacati non si preoccupano solo dei licenziamenti e degli stipendi più che dimezzati, ma pensano anche ai degenti, ponendo il problema della garanzia della qualità e sostenibilità dell’erogazione del servizio pubblico di ristorazione.

