Sesso in cambio di case, i giudici: sì al licenziamento di D’Agostino

L’ex assessore comunale, dipendente della Asl, aveva presentato ricorso per tornare a lavorare Ma la Cassazione dà ragione all’azienda sanitaria: «Fatti gravi, è stato minato il rapporto di fiducia»
CHIETI. Diventa definitivo, con la sentenza della Corte di Cassazione, il licenziamento di Ivo D’Agostino, 58 anni, ex assessore comunale alle politiche della casa e dipendente amministrativo della Asl Lanciano Vasto Chieti. Nel 2015, D’Agostino aveva patteggiato la pena di tre anni e tre mesi nell’ambito del processo che lo vedeva imputato per violenza sessuale e concussione per aver preteso da alcune donne, secondo l’accusa, rapporti sessuali in cambio della promessa di un alloggio popolare. Fatti commessi nella veste, all’epoca, di assessore, e che nel luglio del 2013 avevano portato al suo arresto ai domiciliari dopo l’inchiesta condotta dai poliziotti della squadra mobile teatina.
Nel giugno del 2018, il giudice del lavoro di Chieti aveva annullato il licenziamento di D’Agostino, ritenendolo tardivo. L’ex assessore era stato dunque reintegrato sul posto di lavoro. Ma la Asl aveva presentato ricorso e il verdetto era stato ribaltato. Per la Corte d’Appello, l’azienda sanitaria aveva agito correttamente: i reati commessi da D’Agostino sono talmente gravi da giustificare il licenziamento. Con la sentenza depositata ieri, i giudici della Cassazione (presidente Lucia Tria, consigliere estensore Irene Tricomi), hanno rigettato il ricorso presentato dall’ex assessore.
«La Corte d’Appello», è il passaggio-chiave delle 13 pagine di motivazione, «ha effettuato il giudizio di proporzionalità tra la condotta contestata e la sanzione espulsiva irrogata. Nel rilevare l’autonomia della valutazione effettuata dalla Asl rispetto alla sentenza penale, fermo il rilievo del giudicato, ha ritenuto che i fatti contestati si connotavano di particolare gravità e minavano il rapporto fiduciario anche in considerazione del venir meno dell’affidamento sulla futura corretta esecuzione della prestazione lavorativa del proprio dipendente. Il comportamento del lavoratore era stato gravemente lesivo dell’immagine che il pubblico dipendente deve dare di sé ai consociati».
Secondo la difesa di D’Agostino, il licenziamento è stato tardivo. Ma la Cassazione reputa corretta la tesi dei giudici di secondo grado: «La Corte d’Appello ha affermato che, sin dal 10 settembre del 2013, la Asl era a conoscenza che vi era un procedimento penale a carico del lavoratore, tuttavia non conosceva i fatti costitutivi e, dunque, non si vede cosa potesse contestare al proprio dipendente. Né a ciò potevano supplire le notizie di stampa, poiché la notizia dell’infrazione deve avere un fondamento di certezza, anche a tutela della posizione del lavoratore. Solo a seguito della comunicazione della sentenza definitiva di patteggiamento, la Asl era venuta a conoscenza dei fatti accertati, della responsabilità di D’Agostino e delle misure adottate, in modo da poter effettuare la contestazione disciplinare».
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