Storie di carta, gli ex operai Celdit: «Valeva come un posto in banca»

24 Settembre 2023

L’iniziativa all’Archivio di Stato di Chieti riaccende i riflettori sulla cartiera di Madonna delle Piane La direttrice Guerra: «Ha lasciato una grande identità e un valore imprenditoriale: il metodo Pomilio»

CHIETI. Era denominata la vallata del lavoro, ha dato da mangiare a centinaia di famiglie teatine e ha segnato l’inizio di quella che oggi è l’area industriale più fertile del capoluogo teatino.
A più di un decennio dalla sua demolizione, il passato ritorna in vita e si riaccendono i riflettori sulla storia della cartiera di Madonna delle Piane, più conosciuta come Cellulosa d’Italia (Celdit). Ieri all’Archivio di Stato di via Ferri sono state esposte le pagine e i documenti della fabbrica più operosa di Chieti Scalo che ha segnato un spaccato nel contesto socio-economico dal 1936 fino al 2011, quando è stata abbattuta.
L’iniziativa “Storie di carta. Le grandi fabbriche italiane: Celdit cellulosa d’Italia” si è svolta all’Archivio di Stato di Chieti in occasione delle Giornate Europee del patrimonio che, in tutta Italia, promuovono aperture straordinarie al pubblico di musei e luoghi della cultura. Dopo la chiusura estiva in cui l’archivio ha messo a punto miglioramenti su spazi e servizi, si riaprono le porte della storia al pubblico. Con il tema “Patrimonio inVita” l’archivio di Stato ha deciso di mostrare i documenti della ex cartiera Celdit, rilevata poi dalla Burgo. «Questi documenti cartacei e tutti gli altri conservati nella nostra struttura», spiega la direttrice dell’Archivio, Rosangela Guerra, «hanno alla base la cellulosa e proprio per questo abbiamo scelto di affrontare questa tematica e di ripercorrere la storia della fabbrica che ci ha lasciato una grande identità e un valore imprenditoriale: l’innovativo metodo Pomilio». Un procedimento per produrre la carta brevettato da Ottorino e Umberto Pomilio che ha rivoluzionato il mondo della stampa. «La fabbrica entrò in piena funzione nel 1940», racconta Marcello Benegiamo, professore di Storia d’impresa alla d’Annunzio, «prima della Celdit c’è ben poco: con questo stabilimento ha inizio il processo di industrializzazione dell’area di Chieti Scalo, tanto che nel 1938 l’architetto Concezio Petrucci ha dovuto redigere un nuovo piano regolatore per la zona perché la Celdit ha stravolto l’economia del territorio». E ciò che ha contraddistinto la storia dello stabilimento teatino è stata la costruzione da parte dell’istituto fascista autonomo delle case popolari del quartiere residenziale per gli operai, il Villaggio Celdit, costituito da quarantotto palazzine bifamiliari, asili, mense e palestre.
«C’era una mensa che sembrava un ristorante», racconta Emidio Crisante, ex operaio della cartiera, «a Carnevale, ad esempio, si organizzavano le gite con le famiglie degli operai. Erano servizi che funzionano perché c’era una dirigenza attenta all’operaio. Era una fabbrica modello difficile da trovare oggi: ci sentivamo tutelati e trattati come persone rispettando bisogni ed esigenze». E tra impiegati, tecnici e operai c’era una previsione di oltre 450 posti di lavoro. «Un posto di lavoro lì valeva come un posto in banca», continua Crisante, «eravamo pagati bene. C’erano anche i premi a primavera e Pasqua che valevano quasi mezzo stipendio, più la quattordicesima a giugno. È stato un lavoro che mi ha permesso di stare tranquillo, fare vacanze e far studiare due figli all’università». E dopo più di un decennio, anche degrado ed erbacce incolte non riescono a nascondere la forza di quell’industria che ha fatto svettare Chieti in Italia e nel mondo.
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