Terravecchia in abbandono «Gli affari non si fanno più»

Viaggio nel rione storico di Ortona sommerso di cartelli “vendesi” e “affittasi” I commercianti: c’è chi non ama questa parte della città ed è un peccato
ORTONA. Tutto comincia, come usa oggi, con una provocazione lanciata su Facebook. «Terravecchia», scrive Claudia Bolognini, «è diventata terra morta». E giù con le polemiche e le cose che non vanno. Giovane e con una laurea messa da parte per inseguire la sua passione, Claudia si trasferisce anni fa dalle Marche di cui è originaria per aprire appunto a Terravecchia la “Galleria del perdono”, un locale “in” come si diceva una volta. E che lo storico rione ortonese da San Tommaso al Castello aragonese rischiasse di morire dopo un breve fuoco di paglia se ne accorge praticamente da subito, tanto da fondare insieme a altri esercenti e commercianti l’associazione Corso Matteotti, l’arteria dell’antico rione dei pescatori che oggi non ci sono più.
Cosa non va? «In primo luogo», risponde dal bancone assediato da libri di narrativa e arte, le sue passioni di sempre, «c’è che Terravecchia è ormai un deserto, un non luogo rispetto all’altra parte del centro, che pure è a due passi da qui. E la colpa non è certo di noi eroi che ancora resistono, circondati da locali e negozi che chiudono». Di chi, allora? «Sono le amministrazioni comunali, anche se io posso parlare soltanto degli ultimi 3 anni, a non aver mai creduto nell’enorme potenziale turistico di questo quartiere medievale, splendido ma abbandonato», chiarisce Claudia. «La città, e di conseguenza chi l’amministra, sembra aver dimenticato che esistiamo anche noi. Basta vedere quante iniziative in occasione di feste e durante l’estate coinvolgono anche Terravecchia. E non c’è un complotto, sia ben chiaro, perché a ogni nostra richiesta in Comune ci dicono sempre di sì, sono disponibili. Ma poi...».
C’è anche chi parla, ma non vuole dare l’impressione di preferire i vecchi amministratori di centrodestra o gli attuali di centrosinistra. E quindi chiede l’anonimato, come una commerciante. «Sono stanca», lamenta, «di chiedere al Comune qualsiasi cosa che ci possa dare un po’ di respiro, qualche cliente in più, del movimento. Qui stanno chiudendo tutti».
I vendesi e gli affittasi, difatti, abbondano qua e là. E i palazzi gentilizi in rovina con segni di lavori cominciati ma sospesi da anni punteggiano il corso e i vicoli. «Per non menzionare», segnala sconsolato l’ex assessore e vicesindaco Remo Di Martino, «la piazza davanti alla cattedrale trasformata in parcheggio, con un monumento di dubbio gusto in ferro e cemento, per giunta inagibile. E la trattoria dell’Apostolo, un’istituzione qui, che ha chiuso i battenti».
Un passante invita a guardare in alto, sopra il portale del prestigioso palazzo del Seicento oggi comunale e sede di alcuni uffici e del Circolo pensionati. «È un disastro, il Comune stesso lo sta facendo andare in rovina». E indica un condizionatore sulla parete esterna del primo piano accanto a un fregio signorile che raffigura un leone. «E poi queste auto parcheggiate lungo tutto il corso nonostante il divieto», aggiunge. Alla trattoria San Domenico, di fronte al castello, Sandro D’Ottavio ha aperto da 5 anni. Ma è deluso. «Non recrimino contro un’amministrazione o una parte politica», attacca con tono rassegnato, «ma nessuno ha mai avuto a cuore questo quartiere che rappresenta l’anima della vecchia Ortona. C’è chi Terravecchia non la ama, e questo è un peccato».
Francesco Blasi
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