Terre del Megalò 3, cinque a giudizio

9 Marzo 2016

L’imprenditore Colanzi con la moglie, il figlio e altri due saranno processati ad aprile. Ma la difesa scopre che....

CHIETI. Terre d’oro, in cinque saranno processati per traffico di rifiuti. Ma l’inchiesta madre sul Megalò 3 rischia di finire in una bolla di sapone.

Ieri mattina, il gup aquilano Romano Gargarella, su richiesta del pm della procura distrettuale, Fabio Picuti, ha rinviato a giudizio per il 5 aprile l’imprenditore teatino della società Emoter, Filippo Colanzi, la moglie Carmen Pinti, il figlio Emanuele, il tecnico ambientale Gianluca Milillo, già candidato sindaco leghista a Montesilvano, e il dipendente Massimiliano Di Cintio.

Per la procura i cinque avrebbero trasferito da una zona all’altra dell’area industriale una quantità enorme di terreno pari a 406mila metri cubi, di cui centomila come terra di riporto nell’area dove sarebbe dovuto nascere il Megalò 3, a Santa Filomena, che tanti guai con la giustizia ha finora arrecato al sindaco di Chieti, Umberto Di Primio, e all’imprenditore Enzo Perilli, titolare della società Akka, che voleva realizzare l’ipermercato, indagati in un procedimento parallelo. Ma nella consulenza, corposa e circostanziata, depositata ieri dai difensori di Colanzi e degli altri quattro (ovvero gli avvocati Marco Femminella, Giuliano Milia, Federico Di Giovanni e Michele Quarta) ci sarebbero le prove per smontare il castello delle accuse.

Per al difesa, la quantità di terreno trasferita si ridurrebbe a 50mila metri cubi. Il che farebbe derubricare il traffico di rifiuti nel reato molto meno grave di smaltimento abusivo. Accusa e difesa, peraltro, sono d’accordo nel definire la terra al centro dell’inchiesta non inquinata. Ma per la procura aquilana resta assimilabile a rifiuti speciali non avendo, a monte, un cosiddetto piano di riutilizzo. Anche in questo caso, però, la difesa contesta le conclusioni dell’inquirente e, ricostruendo il reale percorso di una parte di terra, ha scoperto che questa non è finita nelle aree incriminate ma in una nota fornace teatina che l’ha trasformata in mattoni.

Il capo di imputazione, in altre parole, presenterebbe qualche falla di troppo. Ma la prova a discarico principale è rappresentata da fotografie scattate nel lontano 1954 dall’Aeronautica militare da cui si evince che l’area del Megalò 3 si trovava ad una quota di 32 metri sul livello del mare: praticamente la stessa di oggi. Queste foto di 62 anni fa potrebbero quindi smontare la tesi accusatoria secondo la quale l’Emoter ha trasportato in quella zona coperta da vincolo ambientale, perché accanto al fiume Pescara, i 100mila metri cubi di terra. E aprirebbero un nuovo scenario sul Megalò 1, realizzato ad una quota ben più rischiosa di 24 metri slm. E mai contestata.