Tesoro di Angelini confiscato: la procura dice no alla revoca

16 Giugno 2021

Gli avvocati dell’ex imprenditore della sanità chiedono al tribunale di annullare il provvedimento  Il pm si oppone, ora si attende la decisione dei giudici. Lui è in detenzione domiciliare a Francavilla

CHIETI. È scontro in aula sulla confisca del tesoro di Vincenzo Maria Angelini, l’ex imprenditore della sanità condannato in via definitiva a sette anni di reclusione per una truffa da 46 milioni di euro ai danni della Regione Abruzzo. Gli avvocati Guido Guerra di Roma e Ugo Della Monica di Cava de’ Tirreni, difensori di Angelini, hanno proposto un «incidente di esecuzione» per chiedere l’annullamento del provvedimento con il quale la procura di Chieti, dopo la sentenza della Cassazione, ha messo i sigilli a case, gioielli, quadri e altri beni il cui valore è ancora da stimare, fermo restando che la somma da recuperare – anche per equivalente – è di oltre 32 milioni di euro. Il pm Giancarlo Ciani si è opposto alla revoca della confisca. Il tribunale presieduto da Guido Campli (giudici a latere Maurizio Sacco e Chiara Di Gerio) si è riservato la decisione, che arriverà dunque nei prossimi giorni.
LE DUE POSIZIONI Secondo la difesa, non c’erano le condizioni per aggredire il patrimonio personale di Angelini, ex legale rappresentante e amministratore unico della casa di cura Villa Pini. La posizione della procura è diametralmente opposta. Il provvedimento firmato lo scorso aprile ed eseguito dai carabinieri si fonda sul principio che la confisca per equivalente del profitto del reato di truffa può essere indifferentemente disposta, oltre che nei confronti dell’ente responsabile dell’illecito, anche nei confronti delle persone fisiche che lo hanno commesso. E la procura ha deciso di mettere i sigilli ai beni di Angelini perché, dalle sentenze, si evince una sua responsabilità diretta nella truffa ai danni della Regione.
L’ULTIMA SENTENZA Un concetto ribadito nelle recenti motivazioni pubblicate dalla Cassazione. Anche secondo i giudici romani, infatti, «c’era un sistema illecito che permeava in generale la gestione della casa di cura Villa Pini: l’organismo di vertice imponeva ai dipendenti un certo modus operandi, consistente nelle sistematiche falsificazioni della documentazione sanitaria». Villa Pini, negli anni fra il 2005 e il 2007, sotto la gestione di Angelini, ha svolto «attività sanitaria non coperta da autorizzazione o accreditamento provvisorio ed effettuato prestazioni a carico del sistema sanitario nazionale per discipline non accreditate quali l’ortopedia, l’oculistica, la cardiochirurgia, la chirurgia vascolare, la cardiologia, l’otorinolaringoiatria, le malattie e i disturbi dell’apparato riproduttivo femminile».
IL MECCANISMO Secondo i pm, falsificando cartelle cliniche e schede di dismissione dei pazienti, si arrivava a ricoveri incongrui al solo scopo di truffare il sistema sanitario. Così è stata raggiunta l’enorme cifra di 46 milioni di euro. Secondo la difesa di Angelini, i giudici hanno «trascurato la circostanza che vedeva i medici e non Angelini a firmare le schede di dimissione ospedaliera».
L’ALTRA CONDANNA L’ex imprenditore, 68 anni, è attualmente in detenzione domiciliare nella sua villa di Francavilla al Mare, anch’essa confiscata. Non solo i sette anni per la truffa alla Regione: Angelini, nel febbraio del 2019, è stato condannato in via definitiva ad altri otto anni di reclusione per la bancarotta del gruppo Villa Pini. Il processo per il crac prese il via dall’inchiesta sulla sanità regionale che sfociò negli arresti del 2008. L’ex re delle cliniche decise di vuotare il sacco di fronte alla magistratura pescarese sostenendo di aver pagato milioni di euro di tangenti ai politici. Ma, per la Cassazione, è corretta la tesi secondo la quale «le dazioni di tangenti costituivano anch’esse delle distrazioni dal patrimonio della società, essendo illecite perché volte a costituirsi vantaggi indebiti sui concorrenti».
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