«Tra noi solo spinte, non gli ho dato pugni»

9 Febbraio 2019

Domenico in Corte d’assise: «Amavo Mario più di mia moglie». Il perito dell’accusa: «Aveva fratture al viso per le botte» 

LANCIANO. «Eravamo andati al bar a bere. Poi è nato un battibecco, lui mi ha spinto e io, d’istinto, l’ho spinto a mia volta ed è caduto. Amavo mio fratello, tantissimo». Sono le parole, tra le lacrime, che Domenico Tatangelo, 60 anni, di Castiglione Messer Marino, ha rivolto ai giudici della Corte d’assise di Lanciano dove si svolge il processo in cui è imputato per l’omicidio preterintenzionale pluriaggravato del fratello Mario, morto nel settembre 2015. I fatti di cui si sta discute in aula risalgono al 22 febbraio 2015 quando i due fratelli, Mario e Domenico Tatangelo entrarono nel locale “Up and down”, a Castiglione Messer Marino. Qui al bancone iniziarono prima a bere alcolici e poi a discutere.
Il diverbio sarebbe poi degenerato in spintoni e, secondo l’accusa sostenuta in aula dal sostituto procuratore vastese Michele Pecoraro, Domenico avrebbe colpito il fratello con due violenti pugni al volto, che lo fecero cadere a terra, dopo aver urtato violentemente la testa contro il bancone del bar. Mario si ruppe parte della calotta cranica. L’uomo fu ricoverato a Pescara ma non si riprese del tutto fino a quando, il 30 settembre dopo, morì. «Amavo mio fratello più di mia moglie», dice Domenico commosso, «avevamo bevuto, io delle birre, lui dei bicchierini di alcolici. Eravamo a stomaco vuoto. Abbiamo discusso, lui mi ha spinto e io di riflesso l’ho spinto. Non gli ho dato pugni. Poi non ricordo nulla».
I giudici - presidente Marina Valente, a latere Andrea Belli - hanno ascoltato anche i due periti: il medico legale Pietro Falco per la Procura e Berardino Ranalli, ex chirurgo vastese per la difesa, rappresentata dall’avvocato Antonello Cerella. Falco ha messo in evidenza che fu la caduta a provocare lo sfondamento della calotta cranica e una violenta emorragia cerebrale che portò poi alla morte di Mario e che quest’ultimo aveva anche delle fratture sul viso conseguenza dei pugni sferrati da Domenico. Nessuna responsabilità dei medici che lo avevano in cura. Per Cerella, invece, la morte di Mario non fu una conseguenza di ciò che accadde quel 22 febbraio e che Domenico non lo prese a pugni suffragato dall’analisi di Ranalli, che ha evidenziato una possibile corresponsabilità nella morte dei sanitari che curarono Mario visto che l’uomo è deceduto 7 mesi dopo la caduta e due interventi chirurgici. «La frattura dell’orbita destra e dello zigomo di Mario», dice Ranalli, «sono compatibili anche con la caduta, non per forza per i pugni».
Dopo il primo intervento a Pescara, fatto la sera della caduta, alle 22, la situazione precipitò. «C’era un’emorragia», riprende Ranall, «evidenziata dalla Tac e lo spostamento dell’encefalo ma è stato operato solo alle 13 del 24. L’intervento doveva essere più tempestivo». Il 22 marzo è prevista la sentenza.
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