Ubriaco e drogato uccise 2 giovani «Ma è già tornato a guidare l’auto»

I genitori di una delle vittime: «In attesa della condanna, all’imputato è stata restituita la patente» Martedì l’accusato sarà dal giudice: il pm gli contesta anche l’aggravante della «colpa cosciente»
CHIETI. «Siamo sconcertati: l’uomo ubriaco e drogato che ha travolto e ucciso nostro figlio continua a guidare un’automobile. E potrà farlo finché non verrà condannato penalmente». Gheorge Draga e la moglie Elena raccontano il loro dolore attraverso gli avvocati di famiglia Roberto e Paolo Serafini. Il figlio Sebastian, 19 anni, è morto nell’incidente stradale avvenuto il 10 giugno del 2018 a Tollo, in cui ha perso la vita anche un altro giovane, Lorenzo Polidori, che di anni ne aveva 26. A causare lo schianto è stato Mirco Cavuto, 33 anni: accusato di omicidio stradale pluriaggravato, martedì prossimo comparirà per l’udienza preliminare davanti al giudice del tribunale di Chieti Luca De Ninis.
MAXI PENA. L’imputato rischia fino a 18 anni di carcere: al momento dell’incidente, era ubriaco più di quattro volte oltre il limite («ebbrezza alcolica con un tasso pari a 2,23 g/l») e si trovava in uno «stato di alterazione psicofisica in conseguenza dell’assunzione di cocaina e cannabinoidi». Secondo il sostituto procuratore Giancarlo Ciani, «il fatto è ulteriormente aggravato dall’essere stato commesso con colpa cosciente». Una contestazione che sconfina quasi nel dolo e si allontana dalla colpa classica.
LO SCHIANTO. Quella sera d’estate, nonostante non fosse in condizioni di farlo, Cavuto si è messo alla guida della sua Alfa Romeo Mito percorrendo la strada provinciale Chieti-Tollo, in direzione di marcia Canosa Sannita-Orsogna, a una velocità compresa tra i 90 e i 100 chilometri all’ora, in un punto in cui il limite massimo è di 50. In un tratto rettilineo, l’uomo ha invaso la corsia opposta e ha travolto Sebastian, che era in sella al suo scooter Aprilia Scarabeo tenendo regolarmente la destra. L’impatto è stato devastante: il 19enne di origine romena è morto sul colpo insieme al passeggero dell’auto, Polidori. Cavuto, invece, è finito in ospedale e si è salvato.
L’ACCUSA. «L’imputato», sottolineano gli avvocati Serafini, «era perfettamente consapevole del suo stato di alterazione che gli impediva di guidare l’autovettura. Peraltro un conoscente, due ore prima dell’incidente, lo aveva ammonito dicendogli di non mettersi al volante, avendolo visto al tavolo di un ristorante in evidente stato alcolico. Lo stesso conoscente ha riferito che “non riusciva ad articolare le parole”».
IL DOLORE. Sebastian era ben integrato nella comunità tollese e lavorava in un’azienda vitivinicola. Quella notte maledetta, poco prima della tragedia, aveva telefonato ai genitori per avvisarli che stava tornando a casa. Diciotto mesi dopo, papà Gheorge, mamma Elena e la sorella Alexandra non si danno pace. Non possono darsi pace. «La famiglia del ragazzo», dicono gli avvocati Roberto e Paolo Serafini, «si costituirà parte civile perché vuole che la giustizia sia severa con chi ha ucciso Sebastian con un comportamento doloso e non colposo. Chi si mette alla guida ubriaco e drogato al punto da non riuscire a parlare va considerato al pari di chi prende un’arma e spara a caso fra la folla: certamente ucciderà qualcuno. La famiglia è sconcertata dalla nostra giustizia che consente al responsabile di un fatto così grave di continuare a guidare un’automobile finché non ci sarà la condanna: la patente, inizialmente sospesa, gli è stata ridata. I genitori sono sconcertati anche perché il colpevole non ha fatto un solo giorno di carcere o di arresti domiciliari, benché richiesti dalla stessa famiglia Draga. Auspichiamo che non venga accolta un’eventuale richiesta di patteggiamento che ignori la gravità del fatto e non sanzioni adeguatamente il comportamento colpevole dell’imputato».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

