Uccise due giovani in auto Il giudice: 9 anni di carcere

5 Novembre 2020

Mirco Cavuto era ubriaco e drogato. Un testimone gli disse: «Non guidare»

CHIETI. «Non guidare», gli consigliò un conoscente incrociato al ristorante. Ma la sera del 10 giugno del 2018, dopo quella raccomandazione che lo mandò su tutte le furie, Mirco Cavuto si mise al volante della sua Alfa Romeo Mito nonostante fosse ubriaco quattro volte oltre il limite e avesse sniffato cocaina. A distanza di pochi minuti, Mirco si schiantò sulla strada provinciale Chieti-Tollo uccidendo il ragazzo seduto al suo fianco, Lorenzo Polidori, 25 anni, e Sebastian Bogdan Draga, 18enne che viaggiava in motorino sulla corsia opposta. Ora, a distanza di oltre due anni, per Cavuto è arrivata una condanna esemplare: nove anni di carcere, revoca a vita della patente, interdizione perpetua dai pubblici uffici. La sentenza del giudice Luca De Ninis è stata pronunciata dopo un processo per «duplice omicidio stradale con colpa cosciente» celebrato con il rito abbreviato: significa che l’imputato ha potuto beneficiare dello sconto di un terzo della pena. Cavuto dovrà risarcire la famiglia Draga (importo da quantificare in un giudizio separato) e pagare 5mila euro all’Asaps, l’associazione sostenitori e amici della polizia stradale. I parenti di Polidori non hanno chiesto i danni in sede penale, ma hanno seguito tutte le udienze attraverso l’avvocato che ha avviato un procedimento civile.
LA RICOSTRUZIONE Quella maledetta sera d’estate, come ricostruito dai carabinieri di Tollo e Ortona, il 31enne Cavuto esce dal ristorante, sale sulla sua auto e inizia a percorrere la strada provinciale Chieti-Tollo, in direzione di marcia Canosa Sannita-Orsogna, a una velocità compresa tra i 90 e i 100 chilometri all’ora, in un punto in cui il limite massimo è di 50. In un tratto rettilineo, l’uomo invade la corsia opposta e travolge Sebastian, che è in sella al suo scooter Aprilia Scarabeo e tiene regolarmente la destra, terminando la corsa contro due pali dell’illuminazione. L’impatto è devastante: il 18enne di origine romena muore sul colpo insieme al passeggero dell’auto, Polidori. Le responsabilità dello schianto appaiono fin da subito chiare. Anche perché le analisi in ospedale raccontano che Cavuto era ubriaco più di quattro volte oltre il massimo consentito dalla legge («ebbrezza alcolica con un tasso pari a 2,23 g/l») e si trovava in uno «stato di alterazione psicofisica in conseguenza dell’assunzione di cocaina e cannabinoidi».
IL TESTIMONE Nove giorni dopo, emergono nuovi particolari. Un agricoltore di 55 anni, infatti, viene ascoltato in caserma e racconta: «La sera del 10 giugno ero all’interno del ristorante Santa Lucia. A un certo punto, invitato da un mio amico che stava mangiando all’aperto, sono uscito fuori per bere un liquore con lui. E lì, sotto la tettoia, erano seduti Cavuto e Polidori. Poiché mi risultava che la sera prima Cavuto avesse prestato soccorso a un suo conoscente ubriaco riaccompagnandolo a casa, mi sono sentito in dovere di parlargli in maniera amichevole e di raccomandargli di non mettersi alla guida dopo aver bevuto. Tuttavia, appena mi ha risposto, mi sono reso conto che non era sereno, non riusciva ad articolare le parole e, probabilmente, aveva esagerato con l’alcol. Ho capito che era inutile discutere oltre. Poi, sono rientrato in sala. Prima di andare via, quando mi sono fermato per salutare l’amico con cui avevo bevuto il liquore, lui mi ha raccontato che, dopo il mio intervento, Cavuto si era risentito molto del fatto che gli avessi fatto una paternale, sostenendo che non erano faccende che mi riguardavano». La testimonianza è stata fondamentale per la procura, che ha deciso di contestare un’ipotesi di reato che sconfina quasi nel dolo e si allontana dalla colpa classica.
IL DOLORE «Se Cavuto avesse accettato quel consiglio, due giovani vite non sarebbero state stroncate», dicono Gheorge Draga e la moglie Elena attraverso gli avvocati Roberto e Paolo Serafini. «Il giudice ha respinto il tentativo dell'imputato, tramite una sua consulenza, di ribaltare la dinamica e far apparire Sebastian come responsabile dell’incidente». «Pochi, drammatici istanti hanno distrutto tutti i sogni di nostro figlio Lorenzo e i suoi progetti condivisi con le sorelle Nicoletta, Gabriella e Roberta», aggiungono Antonio Polidori e la moglie Nella, assistiti dall’avvocato Carmela De Clerico. «Una famiglia unita, che da quel giorno è irrimediabilmente ferita: non sappiamo darci una ragione, un motivo per averlo perso così. Abbiamo sempre confidato nella giustizia, ma la condanna non allevia il dolore, né colma il profondo vuoto che Lorenzo ha lasciato nelle nostre vite». A Tollo, il paese in cui viveva e lavorava nell’azienda agricola di famiglia, Cavuto è ricordato spesso in cerimonie religiose e manifestazioni. «La sua tomba è sempre piena di fiori, di poesie, di foto. No, il nostro Lorenzo non l’hanno dimenticato».
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