Uccise il fratello nella lite in casa: ora indagano i carabinieri del Ris

La procura ordina accertamenti sul rullo da pittore indicato dall’arrestato come l’arma del delitto Giuseppe Giansalvo rimane ai domiciliari: «Non volevo uccidere». Decisivi i risultati dell’autopsia
MIGLIANICO . I carabinieri del Ris di Roma indagano sull’omicidio di Matteo Giansalvo, il giovane di 18 anni colpito alla testa, con un rullo da pittore, dal fratello Giuseppe, di tre anni maggiore, al culmine di una lite avvenuta nella loro casa di Miglianico lo scorso 17 gennaio. Il sostituto procuratore Giancarlo Ciani ha disposto accertamenti irripetibili su quella che l’indagato, agli arresti domiciliari con l’accusa di omicidio volontario, ha indicato fin dall’inizio come l’arma del delitto. Le analisi affidate al Reparto investigazioni scientifiche puntano ad individuare tracce organiche o di sangue sul rullo: sarebbe la conferma definitiva sulla veridicità del racconto di Giuseppe. L’avvocato Marco Femminella, difensore dell’indagato, potrà nominare un consulente di parte per assistere all’esame in programma il 17 marzo.
Giuseppe, che trascorre le sue giornate nella casa di Ripa Teatina del fratello Emanuele, continua a non darsi pace: «Non volevo ucciderlo, né fargli del male». Decisivi saranno i risultati dell’autopsia eseguita dal medico legale Cristian D’Ovidio. «Giuseppe Giansalvo», ha scritto il giudice Luca De Ninis nell’ordinanza di convalida dell’arresto, «non si è sottratto alla cattura ed anzi ha reso sostanziale confessione, ammettendo di essere stato autore del colpo letale a seguito di una lite intervenuta con il fratello, ancorché ricostruendo l’episodio come un gesto involontario volto a respingere un’aggressione subita». Più nel dettaglio, l’arrestato ha sottolineato «di non essersi accorto che il rullo per la pittura, nel corso della colluttazione, avesse perduto l’estremità di spugna, così rimanendo da lui impugnato solo il manico con sostegno metallico ricurvo e dall’estremità di ridotte dimensioni». Giuseppe ha aggiunto «di aver negato al fratello lo strumento, con il quale Matteo aveva già iniziato a tinteggiare la propria stanza e che lui stesso gli aveva fornito a metà mattinata, perché il 18enne aveva preteso con arroganza le sigarette dalla madre, costretta a cedergli l’intero pacchetto, e tale circostanza lo aveva indotto ad esercitare una sorta di autorità familiare. A domanda ha precisato che il colpo è stato inferto con il braccio destro, mentre con il sinistro l’indagato si proteggeva dal pugno che Matteo stava sferrando con il proprio braccio destro, andato a vuoto». Il giudice considera «non fondata la tesi del colpo involontario inferto per difesa. Seppure sia ragionevole l’ipotesi che la gravità delle lesioni e l’evento di morte siano andati molto oltre le intenzioni dell’indagato, è invece allo stato incredibile che la “sbracciata” con la quale è stato portato il colpo letale sia stata guidata dalla volontà di difendersi dall’aggressione del contendente. Tale azione non poteva avere altro significato che l’offesa, probabilmente un gesto di rabbia volto ad affermare la propria supremazia nella contesa per il rullo, conclusosi con l’esito tragico presumibilmente non previsto e non voluto».
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