Uccise la moglie con le bastonate: la pena ridotta a 17 anni in appello Domenico Giannichi ottiene uno sconto di 5 anni: «La seminfermità mentale prevale sulle aggravanti» Confermato il reato di omicidio volontario, l’avvocato Paone: «Ora valutiamo il ricorso in Cassazione»

TORINO DI SANGRO. Confermata la condanna per omicidio volontario, ma pena ridotta da 22 a 17 anni di reclusione per Domenico Giannichi, 71 anni, di Torino Di Sangro, che il 29 novembre 2019, al...
TORINO DI SANGRO. Confermata la condanna per omicidio volontario, ma pena ridotta da 22 a 17 anni di reclusione per Domenico Giannichi, 71 anni, di Torino Di Sangro, che il 29 novembre 2019, al culmine di una lite, uccise a bastonate la moglie Luisa Ciarelli, di 65 anni. È la sentenza emessa dalla Corte di assise di appello dell’Aquila alla quale ha presentato ricorso l’avvocato del 71enne, Alberto Paone, convinto che quello di Giannichi non fu un omicidio volontario, ma preterintenzionale, che dovevano essere concesse le attenuanti della provocazione e quelle generiche all’uomo che aveva un vizio parziale di mente. Ma alla richiesta della riqualificazione del reato è balzato dalla poltrona, e si è detto inorridito, il procuratore aquilano Carlo Paolella, che aveva chiesto ai giudici di confermare la sentenza della corte di assise di Lanciano a 22 anni di reclusione. L’appello ha ridotto la pena di 5 anni per la seminfermità mentale dell'uomo. Pena che Giannichi sta scontando ai domiciliari in una struttura riabilitativa a Rosello.
LA SENTENZA
Poco dopo le 14.30 di ieri la Corte di assise di appello dell’Aquila ha emesso la sentenza nei confronti di Giannichi, accusato di aver ucciso la moglie: «Conferma dell’omicidio volontario, ma, considerata la diminuente del vizio parziale di mente prevalente, sull’aggravante del rapporto di coniugio, la pena si riduce da 22 a 17 anni». La seminfermità mentale di Giannichi ha prevalso sull’aggravante del vincolo matrimoniale. Uno “sconto” di 5 anni sulla condanna di primo grado, che non cambia la “sostanza” della sentenza: fu omicidio volontario. «C’è stata una dura requisitoria del pm», dice l’avvocato Paone, «che ha contestato anche la mia richiesta di riqualificazione del reato in omicidio preterintenzionale. Ma sulla base delle perizie è emerso che né le lesioni inferte con il bastone da Giannichi né la presa sul collo della moglie erano tali da poter condurre alla morte. Lui non era uscito con l’intento di uccidere Luisa; con la lite s’è scatenato l’intento lesivo, ma mai quello di uccidere». E Giannichi stesso nella testimonianza in aula a Lanciano disse: «Non mi sono reso conto che stavo uccidendo mia moglie. Penso a Luisa tutti i giorni».
L’OMICIDIO
In base alle indagini Giannichi il 29 novembre 2019 era in auto con la moglie e iniziò a discutere con lei. L’uomo fermò la Panda, la moglie allora fuggì lungo un pendio, ma Giannichi la inseguì. Con un grosso ramo spezzato, iniziò a colpire la donna: «26 colpi, di cui 6 violentissimi e volontari», disse il pm Di Florio. Luisa tentò di difendersi e lo graffiò, lo morse ma lui continuò a picchiarla e alla fine stringendole il collo, glielo lussò: così lei morì.
LA CASSAZIONE
La corte di appello ha quindi respinto la richiesta dell’avvocato Paone di riqualificare il reato, non ha riconosciuto le attenuanti della provocazione (come le continue minacce di Luisa di far ricoverare il marito in un istituto) e quelle generiche (Giannichi era incensurato, aveva collaborato alle indagini). «Richieste che potrò riproporre in Cassazione», chiude Paone, «se presenteremo ricorso dopo aver letto le motivazioni della sentenza tra 90 giorni».

