Un atto dà lo stop all’Ateneo di pescaresi

16 Ottobre 2016

L’Avvocatura dello Stato ha vietato di nominare un Cda “di amici”, ma il documento che pubblichiamo è stato ignorato

CHIETI. Il nuovo Cda dell’Ateneo composto solo da pescaresi scricchiola. Le polemiche contro “l’epurazione” dei teatini dalla stanza dei bottoni pesano come un macigno, ma a fischiare il fuori gioco del gol messo a segno dalla squadra del rettore Carmine Di Ilio e del direttore generale Filippo Del Vrecchio è un documento: la risposta al parere legale chiesto all’Avvocatura di Stato dalla stessa d’Annunzio nel quale si chiedevano lumi sulla incandidabilità di alcuni personaggi eccellenti, ma poco allineati al pensiero forte della dirigenza universitaria. Documento che nei contenuti riapre la partita e che consente a giocatori esclusi come Luigi D’Addona e Ezio Ercole di rientrare in campo.

In che modo? Ad alzare il cartellino “rosso” contro i candidati che militano nelle fila del “fuoco nemico” è stata l’area legale dell’ateneo.

E lo avrebbe fatto dribblando il parere legale dell’Avvocatura di Stato marchiando come incompatibili i candidati “scomodi” solo perché destinatari di una messa in mora da parte del rettore, senza che però l’autorità di vigilanza contabile abbia certificato l’effettiva esistenza di un danno erariale. Cernita che non avrebbe tenuto conto del parere espresso in merito dall’Avvocatura di Stato che nel documento di risposta alla d’Annunzio scrive: «Men che meno si mostra percorribile un iter argomentativo che conduce a prevedere la rimozione dallo stato di consiglieri del Cda di Ateneo dei soggetti nella specie destinatari degli atti di costituzione in mora di cui all’oggetto».

E prosegue «va da sè che l’inosservanza delle norme sul conflitto di interessi e dunque l’inottemperanza dell’obbligo di astensione, quando ne ricorrano i presupposti, oltre a rendere la deliberazione ciononostante adottata affetta da violazione di legge e quindi annullabile, può comunque determinare responsabilità amministrativo-contabile, ove ne derivi pregiudizio patrimoniale all’Ateneo e potrebbe altresì concretizzare responsabilità penale personale».

Nessun veto, dunque, alla eleggibilità di chi è stato invece escluso. Un parere chiaro firmato dall’avvocato Anna Buscemi, ma ignorato dai vertici della d’Annunzio che nella delibera di nomina successiva al documento dell’Avvocatura di Stato ribadisce: «Responsabile del procedimento e i titolari degli uffici competenti ad adottare i pareri, le valutazioni tecniche, gli atti endoprocedurali e il provvedimento finale devono astenersi in caso di conflitto di interessi, segnalando ogni situazione di conflitto anche potenziale. Se alcuni candidati sono stati destinatari di diffide e messe in mora per responsabilità contabili a causa di delibere assunte negli Organi (Collegio dei revisori e precedenti Cda) delle precedenti amministrazioni) essi all’evidenza non appaiono candidabili. Parimenti» si legge ancora nella delibera dell’Ateneo «dicasi per coloro che si trovano in potenziale conflitto di interessi per esser stati soggetti a sanzioni a seguito di procedimenti disciplinari». Che in estrema sintesi comporta l’incandidabilità di Maria Grazia Del Fuoco, Luigi D’Addona, Ezio Ercole e Giovanna Sabatino. Il parere dell’Avvocatura di Stato riapre dunque una partita che sembrava ormai vinta da rettore, dg della d’Annunzio e... pescaresi. Una partita che si preannuncia agguerrita. E che potrebbe concludersi con l’azzeramento del neonato Cda.