Visita negata al paziente che morì: guardia medica finisce sott’accusa
La dottoressa deve rispondere di rifiuto di atti d’ufficio: «Andava soccorso nonostante l’emergenza Covid» Ma, secondo il pm, non fu quel ritardo a provocare il decesso dell’uomo: la famiglia della vittima si oppone
CHIETI. Una guardia medica è finita sotto accusa per la visita negata a un paziente teatino di 39 anni, Mario Zecchini, che morì la sera del 2 maggio del 2020 a distanza di poche ore dalla richiesta d’aiuto ignorata. Il sostituto procuratore Giuseppe Falasca ha firmato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari contestando alla dottoressa il reato di «rifiuto di atti d’ufficio». La donna, A.M.C., 60 anni, difesa dall’avvocato Antonello D’Aloisio, sarà interrogata la prossima settimana. Poi, il pm deciderà se chiedere il processo. È stata invece sollecitata l’archiviazione per l’ipotesi di omicidio colposo.
LA TESI DEL PM
«Certamente», scrive il pubblico ministero, «la condotta dell’indagata è elusiva dell’obbligo di prestare assistenza medica che, nel caso di specie, sarebbe dovuto consistere proprio nel valutare il motivo dell’aggravamento o della persistenza delle condizioni di grave malessere dell’uomo e dell’eventuale inderogabile necessità delle cure ospedaliere, nonostante l’emergenza Covid-19. Tuttavia la dottoressa non può essere ritenuta responsabile della morte di Zecchini. Infatti, così come accertato dal professor Cristian D’Ovidio, il malessere dell’uomo era in realtà indotto da un quadro clinico d’eccezionale gravità. L’esito mortale non sarebbe stato scongiurato da nessun genere di cura o intervento da praticarsi nell’immediatezza dei sintomi dolorosi avvertiti il 2 maggio del 2020». In estrema sintesi, dunque, «non è possibile stabilire la connessione causale tra la condotta omissiva dell’indagata e il decesso di Zecchini». Una tesi non condivisa dalla famiglia della vittima, che – assistita dall’avvocato Carlo Di Mascio e sulla base di una consulenza affidata al medico legale Vito Strusi – ha deciso di opporsi alla richiesta di archiviazione (l’udienza davanti al giudice per le indagini preliminari dev’essere ancora fissata).
LA DENUNCIA
A occuparsi delle indagini è stata la squadra mobile di Chieti. Stando alla denuncia dei parenti, una prima telefonata alla guardia medica parte intorno alle 19. La madre di Mario, Franca Bufarale, riferisce al dottore in servizio in quel momento che il figlio ha lo stomaco gonfio, mal di schiena ed è molto debole. Il medico consiglia alla donna di somministrare al 39enne fermenti lattici. Ma la situazione non sembra migliorare. Alle 20.21 la donna telefona al 118, che le dice di mettersi in contatto con la guardia medica. E lei, esattamente un minuto dopo, segue l’indicazione. Stavolta risponde una dottoressa che, «con la motivazione di mancanza di dispositivi di protezione» per contenere il rischio di contagio da Covid 19, «riteneva di non intervenire, consigliandomi di somministrare a Mario del bicarbonato». La situazione precipita intorno alle 22. Mario sta male, perde sangue dalla bocca e dal naso: la madre telefona al 118 e sul posto, un appartamento di via Ricciardi 42, a Chieti Scalo, interviene subito un’ambulanza con medico e infermiere. Il paziente è già in arresto cardiaco: le operazioni di rianimazione vanno avanti per oltre mezz’ora, ma non c’è niente da fare.
IL CAPO D’IMPUTAZIONE
Scrive il pm Falasca: «L’indagata, nella qualità di medico di servizio di continuità assistenziale della Asl Lanciano Vasto Chieti, in seguito alla reiterata richiesta d’intervento medico da parte di Franca Bufarale in aiuto del figlio Mario Zecchini, le cui condizioni di salute non erano migliorate dopo una prima consulenza telefonica, rifiutava pretestuosamente l’atto del proprio ufficio che avrebbe dovuto compiere senza ritardo, negando la visita domiciliare ovvero di fare intervenire il servizio del 118».
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