Volo di 10 metri dal Renzetti: è polemica
Lanciano. L’associazione Percorsi: «Le famiglie vanno coinvolte sull’efficacia dei servizi psichiatrici»
LANCIANO. «Com’è potuto accadere che un paziente ricoverato nel reparto di psichiatria dell’ospedale di Lanciano abbia sfondato un vetro e si sia buttato nel vuoto?». Se lo chiede Percorsi, associazione regionale familiari per la tutela della salute mentale, che ha scritto al direttore generale della Asl, Thomas Schael, in merito a quanto accaduto sabato a Lanciano, dove un 28enne nigeriano ha tentato di fuggire dal reparto lanciandosi da quasi 10 metri di altezza. Il giovane si è procurato diverse fratture ma è salvo.
«Dobbiamo constatare che anche in un reparto specializzato, dotato di sistemi di sicurezza, personale dedicato e specializzato, non abbiamo, come famiglie, alcuna garanzia», afferma il presidente regionale e referente del territorio di Chieti, Eugenio Di Caro, «se non si riesce a garantire una minima tutela di sicurezza, allora quali sono le garanzie che il reparto possa e sappia garantire cure efficaci verso pazienti certamente difficili? Ci chiediamo come anni di mancate assunzioni di personale di riabilitazione potranno essere compensate dai 4 appalti definiti in questi giorni che assegnano a ditte esterne tutta la riabilitazione psichiatrica della Asl chietina, per una spesa di 15 milioni di euro. Ma quanto spenderanno in stipendi dedicati al personale specializzato? Non sarebbe stato più conveniente assumere direttamente tale personale?», si chiede il presidente di Percorsi, «noi familiari abbiamo assistito per anni al totale fallimento nel sistema di cura e nell’efficacia dei risultati che le ditte esterne avevano garantito. Chiediamo che, almeno in questa fase di ripartenza degli appalti dei servizi psichiatrici, la nostra associazione di utenti e familiari venga coinvolta nel controllo sull’efficacia dei servizi che saranno prestati».
Sull'accaduto interviene anche UnitiXLanciano. «La responsabilità non può ricadere su operatori e infermieri, costretti spesso a lavorare ben al di sotto della soglia minima e in strutture non adeguate», afferma l'associazione, «manca da tempo una visione d'insieme e coordinata sulla delicata questione della malattia mentale. Ad occuparsi di psichiatria sul territorio sono quasi esclusivamente le famiglie dei malati, organizzate in associazioni che oggi fanno sempre più fatica a creare spazi idonei e gestirli. Più attività sul territorio, attraverso la creazione di centri d'ascolto e centri diurni, con personale formato ad hoc, gestito dall'ente pubblico in collaborazione con le associazioni, potrebbe essere un primo passo per evitare le ospedalizzazioni ed essere d'aiuto alle famiglie». (s.so.)
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