Addio a Durham, scultore e poeta paladino dei diritti e dei più deboli

19 Novembre 2021

«Nella mia vita vera sono un poeta», diceva Jimmie Durham. E in effetti tutto nell'arte poliedrica del grande performer americano morto a Berlino, dalle rivoluzionarie costruzioni scultoree che lo...

«Nella mia vita vera sono un poeta», diceva Jimmie Durham. E in effetti tutto nell'arte poliedrica del grande performer americano morto a Berlino, dalle rivoluzionarie costruzioni scultoree che lo hanno reso famoso fino alle battaglie per i diritti civili, è permeato di una profonda poesia. Nel 1985, l'anno in cui la Biennale di Venezia gli rese omaggio con il Leone d'oro alla carriera, l'American Poetry Society aveva premiato con 5 mila dollari il suo Columbus Day (1985, West End Press, Albuquerque), per lui, dopo tanti anni e tanti riconoscimenti restava quello il traguardo più importante. Nato in Arkansas e cresciuto tra Texas, Louisiana e Oklahoma, mentre suo padre viaggiava in cerca di lavoro, aveva cominciato a farsi strada nel mondo dell'arte negli anni '60 con il teatro, lo spettacolo, la letteratura. Le prime mostre ad Austin nel 1965 prima di trasferirsi in Svizzera per studiare all'École des Beaux-Arts. Poi il rientro negli Usa, dove lavorò per l'American Indian Movement, dedicandosi con passione ai diritti civili dei nativi americani. Negli anni '80 a New York riprende l'attività artistica concentrandosi soprattutto sulle arti visive, senza mai lasciare la poesia. Malato da tempo, Durham ha lavorato fino all'ultimo. L’ultimo saluto a Berlino, dove verrà cremato.