Addio a Flavio Bucci vita spericolata di un attore

19 Febbraio 2020

È morto a 73 anni l’interprete reso famoso dal film televisivo sul pittore Ligabue «Non mi pento di niente, ho amato, ho riso, ho vissuto: vi pare poco?»

Avrebbe dovuto essere in scena al Teatro Rossetti di Vasto, venerdì prossimo, con lo spettacolo “E pensare che ero partito così bene”, un monologo-confessione in cui Flavio Bucci mescolava il pubblico e il privato di una vita che si è interrotta, stroncata da un infarto, l’altra notte, all’età di 73 anni, in un appartamento di Passoscuro su quel litorale romano che aveva eletto a ultimo rifugio di una vecchiaia di povertà solo materiale, dopo una vita di eccessi, successi e depressioni. La sua ultima volta in scena in Abruzzo risale al 23 novembre scorso, al Castello Orsini Colonna di Avezzano, sempre con lo stesso spettacolo scritto insieme a Marco Mattolini, che aveva segnato il suo ritorno in teatro dopo anni di esilio.
Flavio Bucci era nato a Torino in una famiglia meridionale: il padre pugliese di Orta Nova in provincia di Foggia, la madre molisana di Casacalenda in provincia di Campobasso. Dalla lingua materna aveva attinto l’accento con cui aveva tratteggiato in maniera sublime don Ciccio Ingravallo, il molisano ispettore di polizia «ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi» nella versione televisiva di “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” di Carlo Emilio Gadda, diretta nel 1983 per la Rai da Piero Schivazappa, una delle sue interpretazioni più belle insieme a quella del pittore Antonio Ligabue in un altro film per la tv del 1977 per la regia di Salvatore Nocita.
È stata una vita di eccessi (alcol e cocaina soprattutto) quella di Flavo Bucci. «C'è una sola cosa che ti uccide», diceva, «però non lo sai mai prima quale sarà». «I suoi ultimi anni non sono stati sereni purtroppo», dice il figlio Alessandro, che per un tratto della vita lo ha accompagnato come attore , «ed è triste pensare che in troppi lo abbiano abbandonato dopo una carriera così intensa tra il cinema e il teatro. Ma come spesso accade agli artisti aveva una sensibilità più acuta e dolorosa di noi uomini normali e il gran pregio di non rinnegare nulla di sé, neppure gli sbagli».
Cresciuto nella Torino del dopoguerra tra gli immigrati del Sud, presto colpito dal contagio euforustico del Boom, Flavio Bucci aveva abbracciato il palcoscenico alla scuola del Teatro Stabile di Torino, aperto alla sperimentazione dei testi, tra Shakespeare e Gogol ("Le memorie di un pazzo" ripreso più volte per oltre trent’anni), Virginia Woolf e Luigi Pirandello.
Sedotto dal cinema, era sbarcato a Roma all'inizio degli anni Settanta, grazie anche all’amicizia con l’attore Gian Maria Volonté che gli aveva presentato Elio Petri imponendolo nel cast del film “La classe operaia va in Paradiso”. Il suo volto anomalo (per i canoni del cinema italiano) lo aiutò a imporsi nei film di impegno politico di quel decennio post-Sessantotto, come protagonista, al fianco di Ugo Tognazzi, nel personaggio di Total in “La proprietà non è più un furto” (1973) sempre di Elio Petri. «Erano gli anni in cui a Hollywood apparivano facce strane, da Dustin Hoffman ad Al Pacino», raccontava Bucci, commentando quei primi successi sul grande schermo, «e questa linea di mezzo, tra gli scultorei protagonisti della generazione precedente e i colonnelli della risata si adattò bene a gente come me, irregolari di talento».
La lista delle sue apparizioni è lunghissima. Tra tanti titoli e ruoli: l metodico e nevrotico giocatore di “Il sistema infallibile” diretto da Carlo di Carlo, il pugliese di “L'Agnese va a morire” con Giuliano Montaldo, il pianista cieco di “Suspiria” con Dario Argento, lo Svitol di “Maledetti vi amerò” con Marco Tullio Giordana, il prete blasfemo e brigante del “Marchese del grillo” con Mario Monicelli, l’ Evangelisti del “Divo" di Paolo Sorrentino. Grazie all'amico Marco Mattolini ha lavorato fino a poco tempo fa, prima con un recital autobiografico al vetriolo e poi con un bel collage di liriche e pensieri da Giacomo Leopardi, grazie a Riccardo Zinna ha avuto un toccante omaggio da vivo alla Festa del Cinema di Roma con il documentario-ritratto “Flavioh”. Ha avuto due figli dalla compagna Micaela Pignatelli e un terzo dalla produttrice olandese Loes Kamsteeg.
È stata, la sua, una vita sregolata ma piena di amori e passioni, come quella degli attori di un tempo incapaci di dividere la vita dalla scena. Una vita senza pentimenti, né recriminazioni, come confessava lui stesso: «Non mi pento di niente, ho amato, ho riso, ho vissuto: vi pare poco?».
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