Addio a Gianni Mura, narratore di sport e di uomini

Il giornalista di Repubblica è morto a 74 anni stroncato da un attacco cardiaco Ha raccontato il ciclismo del Tour, il calcio e la gioia del mangiare e del bere
«Ti sia lieve la terra, Giovanni. Comincio come avresti concluso tu se fossi morto io, come hai concluso tante volte i coccodrilli». Iniziava così l’articolo che scrisse in morte di Gianni Brera, Gianni Mura, morto ieri a 74 anni nell’ospedale di Senigallia nelle Marche, stroncato da un attacco cardiaco. Chi fa questo mestiere e ha ormai un’età che si preferisce nascondere, ricorda con invidia e commozione quell’articolo pubblicato su Repubblica il 20 dicembre del 1992. Era un epicedio, un omaggio estremo a un maestro del suo stesso mestiere che, oggi come ieri, dovrebbe consistere nell’umile arte del raccontare le cose del mondo con ciglio asciutto e orecchio attento ai moti del cuore. «Sono pezzi che toccano ai più vecchi», proseguiva Mura rivolto sempre a Brera, «o a quelli che hanno più memoria, e del calcio di Repubblica il più vecchio adesso sono io. E comincio a capire il peso che hanno i coccodrilli, e mi viene in mente di quando tu mi hai raccontato della morte di Consolini, il discobolo. L'avevi saputo che stavi in America, e ti eri messo a piangere e a imprecare, da solo, nel parcheggio di un motel di Dallas, o forse era Chicago».
Era della stessa razza di Brera, Mura, nato a Milano 6 mesi dopo la fine della guerra da padre sardo, appassionato oltre che di sport, di libri, musica e umanità. Tutti soggetti che travasò nella sua scrittura di giornalista e di narratore. Con il suo maestro condivideva anche il gusto del cibo e del vino: la tavola e il bere dei nostri padri e nonni, niente a che fare con la cucina degli chef star di oggi. Insomma, il cibo che un tempo si chiamava il mangiare, quello che aveva raccontato nel suo libro «Non c'è gusto», un tour nell’Italia delle trattorie.
Ma era lo sport la bottega artigiana nella quale aveva soprattutto praticato il suo mestiere. Nessuno come lui ha raccontato il ciclismo, in particolare il Tour de France (la prima volta che lo seguì aveva appena 21 anni). E proprio nella grande corsa a tappe d'Oltralpe era ambientato uno dei suoi romanzi, «Giallo su giallo», scritto nel 2007.
Il calcio, che per lui veniva dopo il ciclismo, l’ha raccontato senza andare appresso a mode tattiche e gerghi evanescenti, ma con l’attenzione agli uomini e le loro storie dentro e fuori dal campo di gioco. Infrangendo una legge non scritta ma rigidissima del giornalismo sportivo, aveva perfino commesso il supremo peccato di confessare i colori del suo tifo: il nero e l’azzurro. La sua squadra del cuore era l'Inter. Ma, aveva puntualizzato: «Tifavo Inter fino alla cessione di Angelillo. Ora non sono più interessato, anche se mi riservo la possibilità di appassionarmi alle squadre minori. Mi piace l'Atalanta». I suoi campioni preferiti, scrisse, erano: «Mennea, Sara Simeoni, Riva e Scirea». Detestava, invece, Mourinho.
«Lo sport avrà tanti difetti», ha scritto, «ma a differenza della vita nello sport non basta sembrare, bisogna essere». E ancora: «Diceva un allenatore argentino: metto in campo benissimo i giocatori, il guaio è che poi si muovono».
Il calcio di oggi non gli piaceva più, «perché i giocatori di oggi sono inavvicinabili, e se li avvicini ti dicono tre banalità».
«Dicevi che non si deve scrivere barocco», concludeva in quel memorabile addio a Brera di 28 anni fa, «anche se un po' è inevitabile, nello sport: il muscolo si gonfia come il lessico. Come il cuore, Giovanni, come il cuore. Anche la morte può aprire autostrade di retorica. Ma questo oggi ti devo: la coscienza che non si può essere avari, nella vita e nel mestiere, che bisogna spendersi, meglio dieci righe in più che dieci in meno, semmai qualcuno le taglierà. Meglio un'ora in più con gli amici che un'ora in meno. Meglio il fiotto che la goccia. Meglio il rosso che il bianco. Meglio la sincerità, anche quando può far male, che la reticenza o la bugia. E adesso basta, tiremm innanz, come ha detto uno della tua sponda. Quel po' di strada che c'è ancora da fare la faremo insieme, tu non ti stancherai, neanche al Tour. E io se sentirò un peso al petto o un bruciore agli occhi darò la colpa alle sigarette, al vino, ai chilometri. Sto dettando dallo stadio. Tà Qali, gioanbrerafucarlo, siamo già partiti».
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