Addio a Herlitzka il gigante della scena dalla voce sommessa

1 Agosto 2024

Il grande attore torinese è morto ieri all’età di 86 anni Premio Ubu e due Flaiano, ha dominato il teatro dal 1960

Non era alto Roberto Herlitzka che se ne è andato ieri a 86 anni, anzi con l’età si era fisicamente rimpicciolito, come a ripiegarsi su se stesso per raccogliere tutte le forze nello sguardo e nella voce. Ma appena appariva in scena o sullo schermo dominava tutto lo spazio e ne risultava un gigante gentile. Si comportava come una persona comune, sempre cortese e disponibile, mai un tono fuori posto come si addice a un gentiluomo torinese d’antica schiatta. Parlava sempre a bassa voce, ma in teatro lo si udiva distintamente fin nelle ultime file, frutto di un’educazione interpretativa appresa alla scuola di Orazio Costa che lo fece debuttare ne La vita è sogno di Calderon de la Barca e lo volle con sé altre 9 volte tra gli anni ’50 e ’60.
Era nato a Torino il 2 ottobre 1937, figlio di Bruno, di origine ebraica, emigrato in Italia da Brno in Cecoslovacchia, sposato brevemente con Micaela Berruti per poi rifugiarsi con la famiglia in Argentina sfuggendo alle Leggi Razziali del 1938 e lì risposarsi con la pittrice Giorgina Lattes. Tornato in Piemonte a guerra finita, il giovane Roberto si diploma al liceo classico D’Azeglio, si iscrive alla facoltà di lettere, ma presto raggiunge il padre a Roma e sposa la carriera artistica diplomandosi all’Accademia d'Arte Drammatica.
Naso aquilino, volontà ferrea, padronanza di tutti i mezzi del grande attore, rifiutò sempre di cambiare il cognome: «Lo so che è difficile da scrivere, ma mi ricorda da dove vengo e quella k in mezzo mi rimanda ogni volta a Kafka». Nel mondo del teatro italiano la figura di Herlitzka domina la scena dal 1960 al nuovo secolo ed è scandita da successi con i maggiori registi: Ronconi in primis, ma anche Calenda, Lavia, De Bosio, Squarzina, Missiroli e Lina Wertmueller che lo «adotterà» al cinema. Tutto il repertorio degli immortali, dai greci a Shakespeare, da Ibsen a Miller, gli era familiare e ne dava prova con un trasformismo elegante e duttile che lo rendeva credibile in costume o in abiti moderni. Cinque volte il mondo del teatro ne avrebbe riconosciuti i meriti tra Premi Ubu, Premio Gassman, Premi Flaiano (nel 1994 e nel 2003).
Al cinema e in tv invece è stato una presenza costante fino a due anni fa, quando Paolo Taviani lo chiamò per il suo ultimo film, Leonora addio. Si affacciò alla Rai al tempo degli sceneggiati già nel 1960 con Cenerentola di Stefano De Stefani, ma divenne popolare un decennio dopo con Un certo Harry Brent di Leonardo Cortese, nel ruolo dell’ambiguo Milton a fianco di Alberto Lupo. Tra i maggiori successi in carriera: La certosa di Parma diretto da Mauro Bolognini, La Piovra 7, Qualunque cosa succeda di Alberto Negrin, il recente In nome della rosa di Giacomo Battiato e perfino alcune puntate di Boris nel 2007. Al cinema invece lo portò Lina Wertmueller nel 1973 (Film d’amore e d’anarchia) e questo sodalizio lo ha portato a lavorare più volte con la regista Premio Oscar e con una indimenticabile generazione d’autori per più di 60 film. Da Emidio Greco (L’invenzione di Morel) a Pasqualino Settebellezze con Giancarlo Giannini, da Oci Ciornie con Mastroianni a Gli occhiali d’oro con Noiret, da Tracce di vita amorosa di Peter Del Monte a In nome del popolo sovrano di Luigi Magni, Herlitzka seppe ritagliarsi un posto di primo piano fino a tutti gli anni ’80. Ma è stato l’incontro con Marco Bellocchio (Il sogno della farfalla, 1994) a proiettarlo in una dimensione da “altro” protagonista culminata nella sofferta e intensa incarnazione in Aldo Moro al tempo di Buongiorno notte del 2003. Ha diviso il set in quasi tutti gli ultimi lavori del regista, in Bella addormentata, Sangue del mio sangue, Fai bei sogni. Intanto Herlitzka entrava nell’immaginario collettivo grazie a Paolo Sorrentino (il cardinale di La grande bellezza e Crepuscolo in Loro), scopriva una nuova giovinezza con Roberto Andò (Il bambino nascosto insieme a Silvio Orlando), si metteva a disposizione di giovani talenti come il debuttante regista Luigi Lo Cascio, Giorgio Pasotti, i fratelli De Serio, Elisabetta Sgarbi. L’espressione «gigante gentile» gli si addiceva e lo faceva sorridere: della sua sommessa e folgorante presenza non si poteva fare a meno. Oggi lo vediamo come il «suo» Aldo Moro alla fine di Buongiorno notte: il passo leggero, quasi sospeso nell’aria, a varcare una soglia sconosciuta, un palcoscenico da calcare con la curiosità felice di chi va a scoprire una nuova scena dove esibirsi per l’eternità.