Addio a Libero De Rienzo talento vitale e visionario di un “eterno ragazzo”

17 Luglio 2021

Napoletano, aveva 44 anni: nel 2005 aveva vinto il David di Donatello La procura di Roma apre un’inchiesta sulla morte e dispone l’autopsia

Quarantaquattro anni sono proprio pochi per andarsene quando hai ancora la testa piena di idee, l'affetto e la stima del tuo mondo, da Napoli dove era nato, a Cinecittà dove tutti lo riconoscevano come un vero talento, tanto irregolare quando vitale. L'addio alla vita di Libero De Rienzo, trovato senza vita nella sua casa romana, lascia senza fiato e senza risposte. La procura di Roma ha aperto un fascicolo di indagine: il procedimento è stato rubricato con “morte come conseguenza di altro reato”: dall'autopsia, disposta dai magistrati, potrebbero arrivare risposte importanti.
L'emozione dei colleghi ha invaso i social: in tanti, da Lino Guanciale a Paolo Calabresi, da Edoardo Leo ad Alessandro Gassmann hanno reso omaggio al suo talento e alla sua genialità. Un’eredità ricca di momenti significativi. Nato a Napoli il 24 febbraio del 1977, sebbene cresciuto a Roma, ha conservato sempre uno strettissimo legame con la sua terra. Ma è anche, fin da ragazzo, cittadino del mondo e da Roma eredita gusto della sfida, ironia malinconica, passione per il cinema. Le prime apparizioni su un set alle fine degli anni '90 e a 24 anni è già una figura emergente nella produzione indipendente. Lo si nota in Fat Girl di Catherine Breillat, Gioco con la morte di Maurizio Longhi, ma soprattutto in Santa Maradona di Marco Ponti, in cui affianca Stefano Accorsi e conquista il David come miglior attore non protagonista. Qualcuno lo definisce “testa matta”, ma per i più è una delle autentiche promesse di un nuovo cinema italiano destinato a uscire dal ghetto del localismo. Ribelle ad ogni forma di convenzione, in cerca di film ed autori che si adattino alla sua personalità prorompente, non sfrutta subito l'improvvisa popolarità e ritorna in auge nel 2005 con la sua prima e unica regia, Sangue, opera situazionista, quasi nello spirito di un Boris Vian redivivo, in cui traduce con immagini forti e spesso visionarie una cultura enciclopedica, in parte da autodidatta, senza schemi e totalmente originale.
Nel 2009 incontra Marco Risi e la storia del cronista napoletano Giancarlo Siani, vittima della camorra: si butta a capofitto nell'avventura di Fortapàsc, scritto da Andrea Purgatori e regala la sua interpretazione più bella e matura, rendendo il suo personaggio un autentico eroe del quotidiano, identificandosi con misura e passione in una figura reale a cui rende onore come per ricongiungersi con le sue radici napoletane. Da quel momento lo adottano gli autori della nuova generazione: Ivan Cotroneo (Kriptonite), Valeria Golino (Miele).
Ma è il sodalizio con Sydney Sibilia, come uno degli improbabili eroi della trilogia di Smetto quando voglio, a dargli la popolarità e la conferma definitiva di un talento luminoso. Ha frequentato, poco, anche la televisione. Figlio d’arte di Fiore, un allievo di Citto Maselli, sposato con Marcella Mosca, padre di due bambini, era un intellettuale coerente e rigoroso nonostante l'apparenza scapigliata e l'allegria contagiosa da eterno studente. Il suo film più recente, ancora inedito, è «Una relazione», opera prima di Stefano Sardo. Di lui restano la passione, il talento, la sete inesauribile di conoscere e leggere, il sorriso, sempre venato da una segreta malinconia.
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